Mimì Manzo, la verità oltre il sequestro: ora si indaga per omicidio
Il Gup di Avellino impone il cambio di imputazione: dopo cinque anni di silenzi, il caso del pensionato scomparso diventa un delitto di sangue.
Dopo anni di sospensione in un limbo procedurale che appariva quasi come un velo pietoso steso sulla realtà, il tribunale di Avellino ha squarciato ieri il silenzio. La decisione del Gup Antonio Sicuranza di rigettare il rinvio a giudizio per sequestro di persona, imponendo la ben più grave imputazione di omicidio volontario, non è solo un atto tecnico: è l'approdo tardivo, ma necessario, a una verità umana che la cronaca e il buon senso avevano già tragicamente metabolizzato.
La fine di un'ambiguità necessaria
Per cinque anni, lo Stato ha cercato Mimì Manzo seguendo il protocollo dei sequestrati. Si trattava di una cautela giuridica che, se da un lato garantiva il rigore delle indagini, dall'altro finiva per collidere con la cruda realtà dei fatti. Come abbiamo riportato ieri, il giudice ha stabilito che la narrazione del "sequestro" non può più reggere l'urto del tempo. Cinque anni senza un segno, senza una voce, senza una traccia di speranza, portano inevitabilmente a guardare nel baratro della morte violenta. Dare il giusto nome alle cose — come invocato dai legali delle sorelle della vittima — è il primo passo per rendere dignità a un uomo che sembrava svanito nel nulla.
Il mistero del male e l'occultamento
Al centro della nuova ricostruzione giudiziaria emerge una dinamica che interroga non solo il codice penale, ma la coscienza civile. L'ipotesi che il corpo di Mimì sia stato fatto sparire sfruttando conoscenze logistiche e complicità affettive delinea un quadro di lucida spietatezza. Se Alfonso Russo e Loredana Scannelli dovranno ora rispondere di omicidio e occultamento di cadavere, resta sullo sfondo l'interrogativo più doloroso: come può una comunità, o una cerchia di affetti, convivere con un segreto così atroce mentre una famiglia attende una tomba su cui piangere?
Un cammino verso la giustizia che ricomincia
La giustizia non è mai un processo meccanico, ma un cammino faticoso verso la riparazione. Il rinvio degli atti al pubblico ministero segna un punto di rottura necessario. Non si tratta di ricominciare da zero per mancanza di prove, ma di ricominciare con uno sguardo più aderente alla realtà dei fatti. Rimane la posizione di Romina, la figlia di Mimì, ancora accusata di favoreggiamento: un legame di sangue ferito che aggiunge un ulteriore strato di tragedia familiare a una vicenda già fosca.
Non c'è ancora un corpo, e questo rimane il vuoto più grande. Tuttavia, da ieri, la ricerca della verità non è più confinata nell'ipotesi dell'attesa di un ritorno, ma nella rigorosa ricostruzione di una fine. Perché, se la misericordia attiene a Dio, il compito dell'uomo è garantire che la verità non rimanga sepolta sotto il peso di un'omertà che, per cinque anni, ha tentato di chiamare "scomparsa" ciò che era invece un delitto.