Una attività che sta morendo - O’ Catuozzo - La Carbonaia
( Franco Petraglia ) Molti ricorderanno ed altri avranno senz’altro sentito parlare del “catuozzo”, cioè della carbonaia, mezzo rustico per trasformare la legna in carbone. Consiste in un mucchio coni...
( Franco Petraglia ) Molti ricorderanno ed altri avranno senz’altro sentito parlare del “catuozzo”, cioè della carbonaia, mezzo rustico per trasformare la legna in carbone. Consiste in un mucchio conico di rami e ciocchi spaccati, ridotti a conveniente dimensione e disposti su uno spazio o aia, attorno a un asse centrale. Alla base del “catuozzo” si praticano alcune aperture attraverso le quali si accende il fuoco e che vengono chiuse quando questo si è esteso a tutta la massa, lasciando solo piccoli spiragli. L’operazione dura una decina di giorni; quando il processo di carbonizzazione è giunto al termine, si soffoca il fuoco chiudendo tutte le aperture e, raffreddatasi la massa, si demolisce la carbonaia e si scarica il carbone. Questa attività boschiva va sempre più rapidamente scomparendo in quanto le tecnologie sono cambiate e, quindi, il carbone, usato una volta come materia prima dell’industria chimica, siderurgica ed elettrica, trova sempre meno impiego. Ma parlare di “catuozzo”, volendo ricordare le arti ed i mestieri delle nostre zone, significa anche ricordare i carbonai di Joffredo-Castello di Cervinara, in provincia di Avellino. Uomini un po’ “selvatici” e un po’ artisti, che vivevano del bosco e nel bosco: gente di poche parole, nera di fuliggine, con l’orecchio sempre teso per cogliere i rumori della notte. Si muovevano a decine dai nostri paesi in una specie di transumanza. Era una lenta via crucis con le stazioni scandite dai mesi, e i mesi di lavoro che la montagna offriva. Si cominciava con la raccolta delle castagne, poi si tagliava il bosco riuniti in piccole compagnie, magari di familiari, e si restava in capanne di frasche a sfidare l’inverno e la solitudine, la fatica e il silenzio. A primavera si faceva la “metratura” del legname che veniva “accatastato” e si accendevano le prime carbonaie. Gli uomini che sapevano “governare” il fuoco erano pochi e speciali: molto orgogliosi e gelosissimi della propria “arte”. A questi ultimi “uomini neri” va un riconoscimento morale per l’opera indefessa svolta in tanti anni di attività carbonara. Essi, infatti, facevano la spola tra Cervinara ed altri luoghi dell’Italia meridionale ricchi di boschi cedui ed onoravano, così, la nostra umile e laboriosa terra irpina. Quanti sacrifici sono stati fatti in nome del sacrosanto lavoro da questi impareggiabili lavoratori. Quante lunghe ore hanno trascorso nei pagliai, abiurando i tanti conforti che, invece, oggi caratterizzano il nostro modus vivendi.