PNRR e GIOVANI – Una importante occasione da non sprecare
( Mario Melchionna ) Secondo la Commissione Europea l’impatto della pandemia su territori e sulle fasce di popolazione più fragili e in particolare sui giovani è stato sproporzionato. Nel biennio 2020...
( Mario Melchionna ) Secondo la Commissione Europea l’impatto della pandemia su territori e sulle fasce di popolazione più fragili e in particolare sui giovani è stato sproporzionato. Nel biennio 2020-21, gli under 35 senza lavoro e non in formazione o in istruzione (NEET) hanno superato i tre milioni, con un balzo indietro di tre anni e ciò che preoccupa ancora di più è che le conseguenze più pesanti della crisi pandemica debba ancora abbattersi sulle fasce più giovani della popolazione.
L’occupazione precaria si riflette inevitabilmente sul calo della ricchezza e sul reddito dei giovani, così come sull’insicurezza sociale generata da una aspettativa di pensione non solo lontana nel tempo, ma anche inadeguata a sostenere una vita autonoma e un invecchiamento sereno.
Purtroppo l’ingiustizia intergenerazionale è diventata sempre più vasta dalla crisi del 2008 e le azioni poste in campo dai governi che si sono alternati in questi anni non sono state sufficientemente focalizzate al target degli under 35 e all’obiettivo di creare maggiore occupazione e sicurezza sociale.
Inoltre in Italia c’è la mancanza di una vera e propria strategia e di una visione sistemica in grado di accompagnare e non semplicemente assistere i giovani nel percorso verso la piena maturità e indipendenza.
I governi nazionali che si sono succeduti negli ultimi vent’anni hanno dimostrato una certa resistenza a porre concretamente nell’agenda di Governo una strategia per i giovani e questo si riscontra in parte anche nel Governo presieduto da Mario Draghi. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) non è data dignità autosufficiente alle politiche per le giovani generazioni, come invece auspicato dal Regolamento Europeo 2021/241 che ha istituito il Dispositivo di Ripresa e Resilienza.
“Nel documento programmatorio italiano, le misure definibili “generazionali” o “potenzialmente generazionali” dirette ai giovani sono rilevate in varie missioni (la 1, la 4 e la 5), tuttavia disarticolate tra loro e comunque di poco superiori a 2 miliardi di euro per l’intero periodo di programmazione. Ai giovani (come peraltro alle donne) è riconosciuta una mera, quanto vaga, priorità trasversale, senza che siano previste, come invece avviene per la transizione digitale e quella ecologica, delle soglie minime di impegno (rispettivamente il 37% per la transizione ecologica e il 20% per quella digitale).”
Intanto servirebbe da subito ottenere risultati o quantomeno proposte operative da parte del Gruppo di lavoro “Politiche giovanili, lavoro e welfare” istituito a maggio del 2021 presso il Ministero del Lavoro. Dal Gruppo di lavoro si attendono proposte di miglioramento della condizione di lavoro e di vita delle nuove generazioni, partendo dal miglioramento dell’orientamento e della comunicazione tra mondi della formazione e del lavoro; idonei strumenti di ingresso nel mercato del lavoro e qualità del lavoro giovanile; infine indipendenza economica, abitativa e sociale e welfare.
Tutti temi che vanno affrontati con urgenza attraverso una piena sinergia d’azione tra i vari livelli Istituzionali e Parti sociali.
Nel nostro Paese c’è ancora chi si scandalizza nel venire a conoscenza che una giovane viene umiliata con una proposta di lavoro di 10 ore al giorno per 70 euro a settimana oppure che una laureata partecipa alla selezione per andare a fare lo spazzino e che la percentuale di disoccupazione giovanile in alcuni territori della Campania ha superato la soglia del 54%. Devo constatare che per alcuni/molti non è ancora chiara la consapevolezza che questo è il mondo reale, fatto di sfruttamento e umiliazioni della dignità umana. Per fortuna non è sempre così, ci sono anche proposte di lavoro serie e dignitose.
“Secondo l’ISTAT, una delle caratteristiche peculiari dell’impatto della pandemia sul mercato del lavoro italiano nel 2020 è stato il costo particolarmente alto pagato dall’occupazione femminile e giovanile.
I giovani sono stati particolarmente colpiti dagli effetti recessivi dell’emergenza sanitaria, soprattutto a causa della maggiore vulnerabilità dei tipi di lavori più precari svolti. Tale fenomeno, osservato in molti paesi europei, ha determinato nella media Ue un calo degli occupati con meno di 25 anni quasi tre volte superiore a quello registrato per i 25-54enni, con l’Italia e la Spagna che si sono distinti per le perdite più marcate. I notevoli progressi osservati nel 2021 e nei primi mesi del 2022 hanno però consentito all’Italia il recupero e il superamento dei livelli occupazionali pre-pandemici anche per i giovani da 25 a 34 anni.
L’occupazione per titolo di studio conferma, anche per il biennio pandemico 2020-2021, il ruolo protettivo usualmente giocato dall’accumulazione del capitale umano nel ridurre i rischi di perdita del lavoro e nell’agevolare la ricerca di un lavoro nelle successive fasi di ripresa. Ciò vale in modo particolare nel nostro Paese dove, nel 2020, il tasso di occupazione dei laureati si è ridotto meno della metà rispetto ai possessori di un diploma secondario superiore.
I benefici occupazionali di un titolo di studio più elevato appaiono particolarmente forti per le donne, per le quali nel 2021 essere in possesso di una laurea si è associato a un tasso di occupazione di oltre 20 punti percentuali (10 punti per gli uomini) superiore rispetto a chi non è andato oltre il diploma secondario superiore.
La ripresa dell’occupazione ha coinvolto di più i giovani che erano stati particolarmente colpiti. È stata più rapida per le donne che avevano perso di più e nel Mezzogiorno, dove il tasso di occupazione, seppure molto basso, è tornato, per la prima volta dal 2007, al di sopra del 46 per cento.
Va comunque messo in luce come il mercato del lavoro in Italia continui ad essere profondamente disuguale, i giovani da 25 a 34 anni non hanno ancora recuperato il tasso di occupazione del 2007, le donne nella metà dei casi non lavorano e sono ancora in fondo alla graduatoria europea, il Mezzogiorno mantiene una distanza elevata nei tassi di occupazione rispetto al Nord.
La povertà assoluta, nell’ultimo decennio, è progressivamente aumentata e, nel biennio 2020-2021, ha raggiunto i valori più elevati dal 2005, coinvolgendo oltre cinque milioni e mezzo di persone. Anche la connotazione delle famiglie in povertà assoluta è progressivamente cambiata. L’incidenza è diminuita tra gli anziani soli, è rimasta sostanzialmente stabile tra le coppie di anziani ed è fortemente cresciuta tra le coppie con figli, tra i nuclei monogenitori e tra le famiglie di altra tipologia.
Il fenomeno ha inoltre progressivamente coinvolto sempre più famiglie di occupati, sebbene la diffusione della povertà sia tra le più elevate quando la persona di riferimento è in cerca di lavoro. Si conferma e si amplia nel tempo la stratificazione della povertà per area geografica, età e cittadinanza: nel 2021 è in condizione di povertà assoluta un italiano su venti nel Centro-nord, più di un italiano su dieci nel Mezzogiorno e uno straniero su tre nel Centro-nord, il 40 per cento nel Mezzogiorno. È molto aumentata la povertà dei minori e dei giovani.
Le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno permesso a 1 milione di individui di non trovarsi in condizione di povertà assoluta. L’effetto è stato maggiore per il Mezzogiorno, per le famiglie con a capo un disoccupato, per le famiglie di stranieri, per le coppie con figli e i nuclei monogenitore.
Quelle stesse misure hanno garantito la diminuzione dell’intensità della povertà di una parte di coloro che sono rimasti in povertà. In assenza di sussidi l’intensità della povertà sarebbe stata di ben 10 punti percentuali più elevata. L’effetto più rilevante si osserva per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, tra le quali l’incidenza, in assenza di sussidi, avrebbe superato il 30 per cento (ben 11,1 punti percentuali superiore a quella stimata in presenza di sussidi).”
In conclusione, a mio modesto avviso, ritengo necessario ridare fiducia ai nostri giovani impauriti dal futuro, e a quei giovani che purtroppo sono costretti ad immaginare il loro futuro lontani dal nostro Paese, offrire opportunità adeguate e convenienti per farli rimanere in Italia. Allora decidiamo una volta e per tutte di percorrere seriamente la strada che porta alla creazione del lavoro dignitoso, caratterizzato dalla continuità occupazionale e non dalla precarietà, con un salario adeguato così come previsto dai Contratti collettivi di lavoro. Tutti insieme, dunque, per contrastare lo sfruttamento e il non rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La dignità e la vita delle persone vengono prima di ogni altra cosa!
Se non faremo questo immediatamente nessun futuro per i nostri giovani sarà possibile nel nostro Paese.