Omicidio Covito, la difesa frena il processo al boss Di Martino

Eccezione processuale del clan Cesarano: atti inutilizzabili dopo il proscioglimento. Il giudice si riserva, rinvio al 10 luglio.

A cura di Redazione
28 maggio 2026 21:25
Omicidio Covito, la difesa frena il processo al boss Di Martino -
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Nuovo colpo di scena oggi a Napoli nel procedimento contro Luigi Di Martino, detto "'o profeta", storico reggente del clan Cesarano attualmente al carcere duro. La Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto per lui il giudizio immediato con l'accusa di essere stato l'esecutore materiale dell'omicidio di Tommaso Covito, avvenuto a Santa Maria la Carità il 12 novembre del 2000. Davanti alla giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Napoli, la dottoressa Girardi, la difesa del boss ha però sollevato una pesante eccezione preliminare che rischia di bloccare l'intera impalcatura accusatoria.

Gli avvocati Dario Vannetiello e Marcello Severino hanno formalizzato un'eccezione di inutilizzabilità che colpisce al cuore l'attività investigativa svolta di recente. La difesa sostiene infatti che tutti gli atti d'indagine compiuti dopo la clamorosa sentenza di proscioglimento emessa il 25 settembre 2025 non possano trovare ingresso nel processo. Quella prima decisione del giudice Campanaro, che aveva rigettato una richiesta di condanna all'ergastolo emettendo un non luogo a procedere, rappresenta il fulcro attorno a cui ruota la complessa battaglia giuridica in corso.

L'impianto accusatorio originario a carico del reggente del clan Cesarano si presentava solido e articolato, potendo contare sulle pesanti dichiarazioni dei familiari della vittima, sul contributo di ben cinque collaboratori di giustizia e su diverse intercettazioni. Nonostante la mole degli elementi raccolti dalla Procura, la linea interpretativa introdotta dai legali del boss aveva convinto il primo giudice, portando anche alla perdita di efficacia della custodia cautelare in carcere per questo specifico fatto, sebbene il Di Martino sia rimasto comunque detenuto per scontare altre condanne definitive.

La Direzione distrettuale antimafia ha tentato di ribaltare il verdetto di proscioglimento proponendo ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha però respinto l'impugnazione della Procura, confermando in pieno la sentenza di non luogo a procedere. Nonostante il sigillo dei giudici di legittimità, gli inquirenti hanno continuato a raccogliere nuovi elementi nel tentativo di imbastire questo secondo processo, un'iniziativa che la difesa ha immediatamente congelato in attesa che il giudice si pronunci, il prossimo 10 luglio, sulla legittimità delle ultime investigazioni.

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