Nonne-clown e nonni-macchietta: la dignità svenduta per un pugno di clic

Se la brama di visualizzazioni trasforma la terza età in una macchietta, gli algoritmi delle grandi piattaforme fanno cassa sul silenzio dei più fragili. Cominciano a bloccare noi questi profili

15 luglio 2026 12:26
Nonne-clown e nonni-macchietta: la dignità svenduta per un pugno di clic -
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Nei giorni scorsi, sulle principali piattaforme digitali si è riacceso un feroce dibattito etico sul dilagare di contenuti video che vedono protagonisti persone anziane coinvolte in sketch comici di dubbio gusto. Diversi canali e profili social stanno spingendo milioni di utenti a visualizzare filmati in cui la terza età viene ridotta a caricatura, spesso sfruttando la scarsa dimestichezza di queste persone con i media digitali e con la portata globale della rete. Questo fenomeno, spinto dalla ricerca della viralità a tutti i costi, sta sollevando forti critiche da parte di sociologi e psicologi che denunciano una vera e propria strumentalizzazione della vulnerabilità a fini di intrattenimento e monetizzazione.

La gravità di questa tendenza risiede nella sistematica demolizione del rispetto intergenerazionale sull'altare dell'engagement e del profitto rapido. Quello che viene spacciato per un gioco innocente o per un tenero siparietto familiare si rivela, troppo spesso, una squallida messinscena in cui l'anziano viene indotto a pronunciare frasi volgari, a compiere gesti ridicoli o a subire scherzi irritanti per il divertimento del pubblico del web. Invece di valorizzare il patrimonio umano, la memoria storica e la saggezza di una generazione che ha costruito il nostro presente, le logiche della rete scelgono di trasformare i nostri nonni in fenomeni da baraccone, spogliandoli della loro dignità e riducendoli a semplici generatori di visualizzazioni.

Davanti a questa deriva sorge spontaneo un interrogativo sul ruolo e sulle responsabilità dei giganti della Silicon Valley, le cui maglie di moderazione appaiono drammaticamente larghe. Per l'intelligenza artificiale che scansiona i post in prima battuta, un video in cui un anziano sorride mentre viene ridicolizzato appare come un innocuo "contenuto familiare" e non come una forma di abuso psicologico. Inoltre, la moderazione umana, ridotta all'osso e sovraccarica, non ha gli strumenti né il tempo per indagare sulla reale consapevolezza e sul reale consenso informato di un ottantenne che spesso ignora cosa significhi finire sugli schermi di milioni di sconosciuti.

L'aspetto più cinico di questo meccanismo è che la macchina algoritmica guadagna proprio sul tempo di permanenza degli utenti, e i video che scatenano indignazione o risate facili sono il carburante perfetto per generare traffico. Fino a quando queste umiliazioni camuffate da comicità non violeranno in modo esplicito e violento le regole scritte delle piattaforme, i sistemi continueranno a ospitarle e a trarne profitto pubblicitario. Il cambiamento non può che partire dal pubblico: smettere di regalare interazioni a questi video e segnalare i contenuti degradanti è l'unico modo per costringere il sistema a spegnere i riflettori su questo triste teatro dello sfruttamento.

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