La Speranza che incanta. (Mons. Pasquale Maria Mainolfi)

Charles Peguy nel poema Il portico del mistero  della seconda virtù afferma che la speranza appare come la sorella più piccola delle tre virtù teologali, quella che sta in mezzo, la sorella bambina ch...

07 febbraio 2022 21:12
La Speranza che incanta. (Mons. Pasquale Maria Mainolfi) -
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Charles Peguy nel poema Il portico del mistero  della seconda virtù afferma che la speranza appare come la sorella più piccola delle tre virtù teologali, quella che sta in mezzo, la sorella bambina che tiene per mano e trascina  le sorelle più grandi con la sua forza e la sua tensione : " È sperare cosa difficile e la cosa facile è disperare ed è grande la tentazione".

Sempre Peguy mette sulla bocca di Dio queste bellissime parole : "La fede che mi piace di più è la speranza. Sperare è dolce, più dolce che sapere. La certezza ti appaga, la fede ti illumina, ma la speranza ti incanta". 

Anche Cicerone asserisce :  dum anima est, spes est, "finché c'è vita c'è speranza". Il pensatore tedesco Ernst Bloch, osservando che spesso c'è chi è vivo e sano eppure dispera, suggerisce di intrecciare così le prime due virtù teologali : " finché c'è fede, c'è speranza". È vero! Solo la carica della fede fa sopportare i mali presenti e vivere nell'attesa della liberazione. 

L' uomo è un animal sperans un vivente che ha la capacità di sperare. Il bisogno di sperare è connaturale all'uomo. Tutti nutriamo delle speranze. Quali speranze? Ricchezza, benessere, vincita al totocalcio, salute, lavoro, una casa bella, una macchina più potente, delle belle vacanze esotiche, un futuro migliore, perché la situazione presente non basta a nessuno. Molti puntano su portafogli, casseforti e libretti bancari.

La speranza nel Dio Trino è scivolata per molti nel dio quattrino! Tutte conquiste che comunicano briciole di felicità, insieme a tanta delusione e a quella frustrazione che è nemica mortale della speranza. Per Dante la speranza è : " Uno attender certo de la gloria futura" (Paradiso, XXV). Emblematica l'antitesi tra due visioni entrambe significative per la nostra civiltà, da un lato Ulisse e dall'altro lato Abramo : per Ulisse la meta ultima del suo viaggio è il ritorno ad Itaca, per Abramo la meta ultima è un futuro ignoto, scandito dal rischio e sostenuto solo dalla promessa di Dio. In questa stagione di smarrimento assistiamo pieni di paura all'eclissi della speranza. Chi ci ha rubato la speranza?  Guerre, terrorismo, fondamentalismi, conflitti etnici, atteggiamenti razzisti rinascenti, le mille sofferenze di ogni giorno, le tante  solitudini che sconfinano nella disperazione senza il soccorso di una mano amica, le tante ingiustizie subite.

La lezione della parabola evangelica è netta a riguardo : la storia è come un campo dove grano ed erbacce crescono insieme, bene e male si fronteggiano e il male sembra più vigoroso del bene, mentre emergono i peggiori tra gli uomini. La   tentazione di reagire con rabbia è forte : armiamoci e sradichiamo la zizzania! 

Violenza, impazienza e sbrigatività non si accordano con la fermezza pacata e fiduciosa della speranza. L' irruzione veemente e irosa non fa sorgere un'aurora serena, ma allarga solo le ferite e accumula le tenebre. La parabola evangelica non spinge però alla rassegnazione ma verso l'approdo ultimo della speranza teologale, quello escatologico. Un approdo teso verso un oltre trascendente. Si comprende così che nella storia l'unico attore non è solo l' uomo, ma c'è anche Dio, che vuole condurre  tutti e tutto verso una meta  conclusiva, raffigurata dalla mietitura e dalla vendemmia. 

San Paolo afferma che anche la creazione "attende con impazienza e nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria della libertà di Dio" (1 Corinzi 15). Nella mia ultima visita alla città di Perugia, su un muro dell'università che delimita un prato pieno di splendide margherite in primavera, ho letto questa frase : "Potete recidere i fiori, ma non potete fermare la primavera". Una verità straordinaria, anzi stupenda. Quando finisce la neve spuntano i fiori. La speranza vede la spiga quando il seme marcisce. Dopo un anno fatto di 365 delusioni occorre ancora sperare. Il poeta Mario Luzi scrive:

" Il bulbo della speranza, /ora occulto sotto il suolo/ ingombro di macerie/ non muoia, /in attesa di fiorire alla prima primavera". 

Nonostante i motivi di sconforto e di frustrazione per tante fatiche, tribolazioni, falsità e violenze che ci affliggono, non dobbiamo rimanere prigionieri di un pessimismo soffocante, ma continuare a sperare sapendo che alla notte subentra sempre l'alba. Sono bellissimi , in proposito, i versi di Rostand : "È di notte che è bello credere nella luce. Dobbiamo forzare l'aurora a nascere, credendoci ". 

Abbiamo tante speranze nel cuore : amore, amicizia, successo, progresso, conquiste... ma abbiamo bisogno di una speranza che vada oltre l'effimero. Abbiamo bisogno di qualcosa d'infinito, abbiamo bisogno di Dio. La nostra grande speranza ha un volto e un nome : Gesù Cristo. Quando la nostra  vita è abitata dal dolore, quando il nostro cuore è arato dalla croce, Gesù viene accanto a noi, ci conforta, ci libera e ci salva. La culla della nostra speranza è la tomba vuota. Il giorno natalizio della speranza cristiana è la Pasqua. Il nome della speranza umana è il Crocifisso Risorto! Non si può rinunciare alla speranza. Solo coloro che hanno avuto il coraggio di sognare sono riusciti a cambiare il mondo. Chi non spera più è già morto. In un mondo cupo e sfiduciato "rendiamo ragione della speranza che è in noi" ( 1 Pietro 3,15). Facciamo sorgere la stella della speranza. La Vergine Maria, Mater spei, Madre della speranza, e spes nostra, nostra speranza, ci aiuti a svegliare l'aurora.

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