Clan Pagnozzi, trema la Valle Caudina: 13 condanne e 4 assoluzioni eccellenti. I nomi

Il Tribunale di Benevento emette la sentenza di primo grado sull'inchiesta della Dda: disposta la scarcerazione per i presunti boss.

A cura di Redazione
27 maggio 2026 16:55
Clan Pagnozzi, trema la Valle Caudina: 13 condanne e 4 assoluzioni eccellenti. I nomi -
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Si è concluso a Benevento il processo di primo grado riguardante l’articolata inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia contro il clan Pagnozzi, che nell’ottobre del 2023 aveva portato all'arresto di quattordici persone. Le indagini, avviate nel 2018 sotto il coordinamento della Dda di Napoli e condotte sul campo dalla Compagnia Carabinieri di Montesarchio, avevano accertato l’egemonia del clan nella Valle Caudina e nella Valle di Suessola. Gli indagati erano accusati a vario titolo di aver organizzato un’associazione camorristica formata da più gruppi criminali locali, detenzione e porto illegale di armi, materiale esplosivo, estorsioni ai danni di imprenditori, controllo delle piazze di spaccio e perfino il tentativo di inquinare le elezioni nel Comune di Moiano attraverso intimidazioni ai danni dei concorrenti politici.

Oggi la decisione del II Collegio del Tribunale di Benevento, presieduto dal dottor Pezza con a latere le dottoresse Telaro e Lignelli, ha parzialmente ribaltato l'impianto accusatorio disponendo quattro importanti assoluzioni per non aver commesso il fatto. Tra i prosciolti figurano Clemente Fiore, difeso dall’avvocato Valeria Verrusio, e Umberto Vitagliano, difeso dagli avvocati Valeria Verrusio e Giuseppe Stellato, entrambi ritenuti dall'accusa capi, promotori e finanziatori del gruppo criminale; per i due il Tribunale ha disposto anche l’immediata scarcerazione. Assoluzione piena per non aver commesso il fatto anche per Vittorio Saturnino, assistito dagli avvocati Marcello Severino e Danilo Riccio, e per Mario Razzano, che era difeso dagli avvocati Danilo Riccio e Osvaldo Piccoli.

Il verdetto ha comunque inflitto tredici pesanti condanne per i restanti imputati, ridisegnando le responsabilità all'interno delle storiche anime del clan attive nei territori di Moiano, Montesarchio, San Martino Valle Caudina, Sant’Agata de' Goti e San Felice a Cancello. Nello specifico, i giudici hanno comminato ventiquattro anni di reclusione ciascuno a Luigi Bisesto, assistito dagli avvocati Vittorio Fucci e Ettore Marcarelli, e a Domenico Nuzzo, difeso dall'avvocato Danilo Di Cecco. Sono stati inflitti venti anni di carcere a Raffaele Cesare, difeso dagli avvocati Michele De Luca e Giuseppe Annunziata, diciassette anni a Pietrantonio Mango, assistito dall'avvocato Vittorio Fucci e Daniela Martino, diciassette anni a Massimo Oropallo, difeso dall'avvocato Elisabetta Carfora, e sedici anni a Rinaldo Clemente, assistito dall'avvocato Mario Cecere. Le restanti pene vedono dieci anni a Pasquale Landolfo, difeso dall'avvocato Mario Pasquale Fortunato, otto anni a Giovanni Coletta, assistito dall'avvocato Marianna Febbraio, otto anni a Pietro Luciano, cinque anni a Maria Antonia Lupo e cinque anni a Salvatore Meccariello, tutti e tre difesi dall'avvocato Teresa Meccariello, e infine tre anni ciascuno ad Antonietta Abenante, assistita dall'avvocato Carla Maruzzelli, e a Roberto Rizzo, difeso dall'avvocato Gandolfo Geraci.

La sentenza del Tribunale di Benevento si è dimostrata più mite rispetto alle durissime richieste avanzate dal pubblico ministero della Dda, Luigi Landolfi, il quale aveva sollecitato in totale diciassette condanne. Il magistrato inquirente aveva infatti chiesto ventisei anni di reclusione per Clemente Fiore, venti anni per Umberto Vitagliano, quindici anni per Antonietta Abenante, ventisei anni per Luigi Bisesto, ventiquattro anni per Raffaele Cesare, venti anni per Rinaldo Clemente e sedici anni per Giovanni Coletta. Le richieste del PM comprendevano inoltre quindici anni per Pasquale Landolfo, diciotto anni per Pietro Luciano, quindici anni per Antonio Lupo, diciotto anni per Pietrantonio Mango, quindici anni per Salvatore Meccariello, ventuno anni ciascuno per Domenico Nuzzo e Massimo Oropallo, quindici anni per Mario Razzano, otto anni per Roberto Rizzo e dodici anni per Vittorio Saturnino. Il processo è stato fortemente influenzato dalle dichiarazioni di Pietrantonio Morzillo, considerato il capo promotore del clan, che stando alle parole del pm della Dda Dott. Luigi Landolfi, riferite nelle udienze del processo, avrebbe iniziato una sorta di “collaborazione con la giustizia”, trovandosi anche in luogo protetto e segreto. Il Morzillo ha reso dichiarazioni durante interrogatorio del Pm della Dda ed è stato anche sentito nelle udienze del processo, dove Morzillo ha scagionato Fiore Clemente e Umberto Vitagliano, mentre ha accusato tutti gli altri che sono stati condannati.

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