Cervinara: il paradosso di un "nuovo" che è già vecchio
Un movimento di rottura può puntare su chi ha amministrato in questi anni di "pessima" politica? Il rischio di un finto rinnovamento.
C’è un limite oltre il quale la narrazione politica sbatte contro la realtà dei fatti. A Cervinara, questo limite è rappresentato da una parola che risuona vuota se non accompagnata dai fatti: rinnovamento. Come si può parlare di "svolta" se il volto scelto per guidarla è lo stesso che, per un intero quinquennio, ha occupato i posti di comando di quella che oggi viene definita una stagione amministrativa fallimentare?
Responsabilità, non solo presenza
Non si può cancellare il passato con un colpo di spugna elettorale. Chi ha ricoperto il ruolo di assessore, delegato o consigliere di maggioranza non è stato un semplice spettatore, ma un attore protagonista.
È un controsenso logico prima ancora che politico:
Se l'amministrazione è stata pessima, chi ne ha fatto parte ne condivide il giudizio negativo.
Se il progetto era fallimentare, perché restare in sella per cinque anni invece di marcare una distanza allora?
Il trasformismo che offende l'intelligenza dei cittadini
Presentarsi come l'alternativa a se stessi è un esercizio di equilibrismo che i cittadini di Cervinara faticano a digerire. Il sospetto è che si tratti di un'operazione di puro trasformismo: cambiare simbolo o nome della lista per nascondere la continuità di un sistema di potere che ha già ampiamente dimostrato i propri limiti.
Il "politicamente vecchio" non è un dato anagrafico, ma un metodo. Ed è un metodo vecchio quello di pensare che gli elettori abbiano la memoria corta, che non ricordino chi sedeva in giunta mentre il paese perdeva occasioni, decoro e prospettive.
La domanda che resta
La domanda è una sola: dov'è la vera discontinuità? Un movimento che nasce per rompere con il passato non può permettersi di diventare il "paracadute" per chi quel passato lo ha gestito. Senza un taglio netto con chi ha contribuito al declino di questi anni, il rischio è che il tanto sbandierato cambiamento sia solo un trucco di prestigio: si cambia il mazzo di carte, ma il baro è sempre lo stesso.
Il vero pericolo di questa operazione non è solo politico, ma sociale: la disillusione. Chi sperava in una ventata d'aria fresca, in volti estranei alle logiche di palazzo e liberi dai condizionamenti di questi anni, si trova oggi di fronte a uno specchietto per le allodole. La scelta di puntare su un esponente del "vecchio sistema" per rappresentare il "nuovo" agisce come un potente repellente per l'elettore indeciso o deluso.
Presentare il riciclo politico come innovazione non è solo un controsenso, è un insulto alla speranza di chi credeva che questa volta sarebbe stato diverso. Senza facce nuove, la "svolta" resta solo una parola scritta su un manifesto elettorale, destinata a sbiadire al primo sole, lasciando intatte le macerie di una gestione che i cittadini hanno già giudicato fallimentare. Se il movimento del "cambiamento" non ha il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con chi ha amministrato finora, non sta offrendo un futuro, ma solo un passato meglio truccato.