Caso di malasanità: asportato il rene sano, il dramma della famiglia Colacicco
Un sospetto scambio di lato e il silenzio dell'equipe portano al decesso di un uomo: la coraggiosa testimonianza del figlio Giuseppe.
Il 23 ottobre 2020, Eduardo Colacicco è deceduto presso la Casa di Cura Malzoni di Avellino a causa di una gravissima insufficienza renale, insorta dopo un intervento di nefrourectomia eseguito dieci giorni prima dal dott. Mario Di Martino a Villa Ester. Secondo quanto denunciato dal figlio Giuseppe, l'operazione sarebbe stata viziata da un tragico errore di lateralità: nonostante le incongruenze segnalate tra i referti TAC e PET, sarebbe stato asportato il rene sano al posto di quello malato. La vicenda è ora al centro di un processo penale presso il Tribunale di Avellino per accertare le responsabilità dei medici coinvolti.
Il racconto di Giuseppe Colacicco delinea un percorso clinico iniziato sotto i migliori auspici, con la promessa di un intervento risolutivo e una ripresa rapida. La fiducia riposta nel primario era totale, consolidata da un rapporto di stima professionale e da una lunga amicizia personale che legava il medico alla famiglia. Tuttavia, proprio quella fiducia si è scontrata con una realtà drammatica quando, nonostante le esplicite richieste di chiarimento del figlio circa le discordanze nei referti radiologici, il chirurgo avrebbe proceduto all'asportazione del rene sinistro, confidando esclusivamente nella visione intraoperatoria delle immagini.
Il post-operatorio si è trasformato rapidamente in un calvario clinico caratterizzato da un progressivo decadimento delle funzioni vitali del paziente e da una apparente inerzia decisionale. Mentre i livelli di creatinina salivano vertiginosamente, indicando che il rene destro rimasto in sede non era in grado di sostenere l'organismo, il trasferimento in una struttura specializzata per la dialisi sarebbe avvenuto con fatale ritardo. Questa mancanza di coordinamento e la gestione isolata del caso da parte del primo chirurgo sollevano interrogativi inquietanti sul ruolo dell'equipe medica e sulla reale condivisione del quadro clinico durante le fasi critiche del ricovero.
Oltre al dolore per la perdita del genitore, la famiglia Colacicco ha dovuto affrontare un radicale sconvolgimento della propria quotidianità e dei legami sociali. La madre di Giuseppe ha subito un tracollo psicofisico che richiede assistenza continua, mentre la cerchia delle amicizie storiche si è frantumata a causa della posizione ricoperta dal chirurgo imputato. Il paradosso di un'amicizia che si trasforma in una battaglia legale ha creato una frattura insanabile, isolando i familiari della vittima proprio nel momento di massima fragilità, rendendo il peso della ricerca della verità ancora più gravoso da sostenere.
Oggi, a distanza di quasi sei anni e con il processo finalmente entrato nel vivo della fase dibattimentale, le aspettative sono rivolte esclusivamente a una sentenza che faccia chiarezza. Giuseppe, che esercita la professione di avvocato, non nasconde l'amarezza per i tempi dilatati della macchina giudiziaria e il timore che il rischio di prescrizione possa vanificare la richiesta di giustizia. L'obiettivo non è soltanto la condanna per omicidio colposo, ma la speranza che tale riconoscimento possa fungere da monito affinché simili episodi di presunta malasanità non tornino a distruggere altre vite e altre famiglie.