ACS Avellino, l’appello di un figlio: «Non dimenticatevi delle persone dietro questa vicenda»

La lettera ricevuta dal figlio di una dipendente di Avellino Città Servizi racconta la paura dei lavoratori e delle loro famiglie per un futuro occupazionale ancora incerto. «Vorrei semplicemente poter vedere mia madre tornare a casa dal lavoro serena».

09 ottobre 2026 12:03
ACS Avellino, l’appello di un figlio: «Non dimenticatevi delle persone dietro questa vicenda» -
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Dietro la vicenda di ACS (Avellino Città Servizi), la società partecipata del Comune di Avellino, non ci sono soltanto bilanci, riorganizzazioni e trattative, ma soprattutto persone, famiglie e anni di sacrifici. A raccontare il peso umano di una situazione che non ha ancora trovato una soluzione è la lettera ricevuta dal figlio di una dipendente della società, che ha voluto affidare a parole semplici e toccanti la preoccupazione vissuta in casa per il rischio di perdere il posto di lavoro.

«Scrivo questa lettera non da dipendente, non da rappresentante sindacale e nemmeno da esponente politico. Scrivo semplicemente da figlio». È questo l’incipit di una testimonianza che porta al centro della discussione le conseguenze personali e familiari dell’incertezza occupazionale che continua a interessare i lavoratori di ACS.

La madre dell’autore della lettera lavora da anni nella società e si trova oggi, a pochi anni dalla pensione, a fare i conti con il timore di non poter concludere serenamente il proprio percorso lavorativo. Una preoccupazione che, secondo il racconto del figlio, si intreccia con le rassicurazioni sul futuro dei dipendenti che sarebbero state espresse durante la campagna elettorale e con la mancanza, allo stato attuale, di un accordo capace di offrire garanzie per tutti i lavoratori coinvolti.

Il nodo della vicenda, sottolinea la lettera, non riguarda soltanto la continuità di uno stipendio. In gioco ci sono la dignità di chi ha trascorso anni al lavoro, la serenità di chi è vicino alla pensione e la stabilità di famiglie che hanno costruito il proprio futuro contando su un’occupazione.

«Mia madre ha lavorato, ha fatto sacrifici e ha cresciuto tre figli», scrive il figlio, ricordando una quotidianità fatta di impegno e responsabilità, come quella di tante madri e tanti padri che ogni giorno si alzano per andare a lavorare e garantire il necessario ai propri cari.

Poi il passaggio più doloroso: «Vederla tornare a casa con le lacrime agli occhi perché teme di perdere il lavoro è una cosa che, da figlio, fa male».

Parole che restituiscono la dimensione più concreta della vicenda ACS: quella vissuta lontano dai tavoli delle trattative, nelle case dei dipendenti, dove l’incertezza sul futuro professionale diventa ansia quotidiana e coinvolge inevitabilmente anche i familiari.

L’autore della lettera precisa di non voler attribuire responsabilità politiche o sindacali, né di voler accusare qualcuno. Il suo è piuttosto un appello rivolto a quanti hanno la possibilità di incidere sulle decisioni: Comune, società e parti coinvolte nella trattativa.

«Trovate una soluzione. Sedetevi a un tavolo e continuate a trattare fino a quando sarà possibile garantire un futuro a questi lavoratori», è la richiesta contenuta nella testimonianza.

Un invito a non perdere di vista la dimensione umana di una questione che, mentre si discute di organizzazione aziendale e sostenibilità, continua a lasciare aperti interrogativi sul destino occupazionale delle persone coinvolte.

Il messaggio finale è rivolto soprattutto a chi, a pochi anni dalla pensione, teme di vedere messi in discussione i sacrifici di una vita: «Io non chiedo privilegi per mia madre. Chiedo soltanto che le venga riconosciuto il diritto di poter concludere dignitosamente il percorso lavorativo che ha costruito con tanti anni di sacrifici».

E la conclusione è forse la parte più significativa dell’intera lettera: «Da figlio, vorrei semplicemente poter vedere mia madre tornare a casa dal lavoro serena, come meriterebbe dopo una vita di sacrifici».

Un appello che va oltre la singola storia familiare e richiama l’attenzione sulle preoccupazioni di tutti quei lavoratori che attendono risposte sul proprio futuro. Perché, come ricorda l’autore, dietro ogni numero c’è una persona e dietro ogni persona c’è spesso una famiglia.

«Non lasciate che una promessa fatta ai lavoratori rimanga soltanto una promessa»: è questa la richiesta con cui il figlio affida la propria speranza a una vicenda che attende ancora una soluzione.

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