40% bambini elementari non ha conoscenze di base in matematica, rischiamo una generazione di asini digitali.
Sanno usare ogni app ma si perdono con le tabelline. I dati dicono che il livello cala ancora: serve agire subito prima che sia tardi.
La scena è ormai un classico della nostra quotidianità: un bambino di sette anni che, con una disinvoltura quasi ipnotica, sblocca un telefono, scavalca la pubblicità su YouTube, avvia un gioco in tre dimensioni e ne padroneggia le dinamiche in pochi secondi. Li chiamiamo nativi digitali, spesso guardandoli con quell’orgoglio un po’ ingenuo di chi vede in loro una precoce scintilla di genialità tecnologica. Eppure, dietro quegli schermi lucidi e quel tocco rapidissimo, si nasconde un paradosso drammatico. Quegli stessi pollici agilissimi, quando si tratta di impugnare una matita per risolvere una semplice operazione aritmetica o comprendere il meccanismo di una frazione, si bloccano.
I dati dell’ultimo rapporto Invalsi fotografano una realtà che non lascia spazio a interpretazioni consolatorie. Gli alunni delle nostre scuole elementari stanno litigando, sempre di più e sempre peggio, con la matematica. Rispetto alla precedente rilevazione, la quota di bambini e bambine che riesce a raggiungere almeno il livello base in seconda e in quinta primaria è scesa di circa tre punti percentuali, assestandosi su un desolante 60%. Se poi allarghiamo lo sguardo al 2019, l'era pre-Covid, il crollo dei risultati medi si aggira intorno all’8-10%, quando a masticare i rudimenti della materia era oltre il 70% degli studenti.
Siamo di fronte a una scivolata che rischia di trasformarsi in un burrone generazionale. Il presidente dell’Invalsi, Roberto Ricci, ha lanciato un appello chiaro, sottolineando l'urgenza di concentrare sforzi enormi per innalzare gli apprendimenti fin dai primi anni della scuola primaria, sfruttando al massimo le linee guida delle Indicazioni Nazionali. Ma il problema non è solo metodologico; è profondamente culturale e sociale.
C'è una sottile illusione ottica che avvolge l'infanzia contemporanea: confondiamo la destrezza nell'usare un'interfaccia ultra-semplificata, progettata appositamente da ingegneri della Silicon Valley per non richiedere alcuno sforzo cognitivo, con l'intelligenza logica. Usare uno smartphone non richiede logica, richiede riflessi e memoria visiva. Risolvere un problema di matematica, invece, esige pazienza, astrazione, tolleranza alla frustrazione e capacità di analisi. Esattamente tutto ciò che la gratificazione istantanea di uno schermo tende a cancellare.
Il rischio concreto è quello di crescere una generazione di consumatori passivi di tecnologia, bravissimi a scorrere feed infiniti ma incapaci di decodificare la realtà attraverso i numeri. I campioni dello "swipe" rischiano di diventare gli asini del domani, tagliati fuori da una società e da un mercato del lavoro che, piaccia o no, parleranno sempre più il linguaggio dei dati, degli algoritmi e del pensiero scientifico. Se non restituiamo alla scuola primaria il tempo della riflessione, della logica e del calcolo manuale, avremo tablet velocissimi tra le mani di ragazzi che non sanno calcolare un resto o interpretare una statistica. E a quel punto, la tecnologia non sarà più uno strumento di emancipazione, ma l'ennesima barriera di esclusione.
Fact Check
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Verificato il: 16 luglio 2026