Ventuno medaglie d’Onore ai deportati irpini: la memoria torna nel Salone degli Specchi

Da Aiello del Sabato a Solofra, i nomi di 21 militari e civili deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Il prefetto Fico: «Una pagina di storia da tramandare ai giovani»

21 settembre 2026 12:09
Ventuno medaglie d’Onore ai deportati irpini: la memoria torna nel Salone degli Specchi -
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Luigi De Ciucceis, Roberto Favato, Sebastiano Milo, Ciro Preziosi e Giuseppe Spiezia. Sono i cinque cittadini di Aiello del Sabato ai quali è stata conferita, alla memoria, la Medaglia d’Onore del presidente della Repubblica. Insieme a loro Alessandro Ardolino, Pietro Carbone, Ernesto Manzo e Luigi Spagnuolo di Avellino; Antonio Mitrione di Bisaccia; Vincenzo Lampariello di Calitri; Giuseppe Petrozziello di Contrada; Antonio Gentile di Fontanarosa; Vincenzo Mazzariello di Grottaminarda; Guido D’Amore e Gaetano Pastore di Montoro; Vittorio Mazzocca di Moschiano; Amedeo De Felicis di Nusco; Mario Caso di Quindici; Fabrizio Pietro Cavallo di Salza Irpina e Cristoforo Trerotola di Solofra.

Ventuno nomi, ventuno storie di uomini che, dopo l’8 settembre 1943, furono catturati dalle truppe tedesche e deportati o internati nei lager, costretti al lavoro coatto per l’economia di guerra del Terzo Reich.

Questa mattina, nel Salone degli Specchi della Prefettura di Avellino, quei nomi sono tornati al centro della memoria collettiva. A ritirare le onorificenze sono stati i familiari degli insigniti, arrivati dai diversi comuni della provincia insieme ai sindaci e alle autorità civili e militari.

Una cerimonia sobria e carica di significato, accompagnata dalle musiche eseguite dagli studenti del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, che hanno proposto un repertorio legato alla guerra e alla deportazione.

Ad aprire i lavori il prefetto Franca Fico, che ha voluto sottolineare soprattutto il valore della memoria.

«Oggi consegniamo ai familiari 21 Medaglie d’Onore ai militari di questa provincia che furono fatti prigionieri dopo l’8 settembre del 1943 e internati nei campi militari», ha detto Fico. Una pagina di storia «poco conosciuta», ha aggiunto, che attraverso la cerimonia viene riportata alla luce «per tributare onore a queste persone e per rimarcare l’importanza della memoria, da tramandare ai nostri giovani».

I documenti conservati dalle famiglie

Dietro quelle medaglie ci sono storie che per decenni sono rimaste soprattutto dentro le famiglie. Fotografie, lettere, documenti e ricordi che i parenti hanno custodito e che oggi permettono di ricostruire anche le vicende degli internati.

Il prefetto ha voluto ringraziare proprio le famiglie, «per aver custodito documenti e fotografie» e per aver consentito di conservare la memoria di quelle vicende.

«Grazie anche alla loro cura possiamo oggi conoscere la testimonianza di queste vicende che sono giunte fino a noi e che dobbiamo sempre ricordare», ha sottolineato.

Alla cerimonia hanno partecipato anche i sindaci dei Comuni di provenienza degli insigniti. Una presenza che, per Fico, rappresenta un segnale di attenzione verso le comunità e verso le famiglie che ancora oggi custodiscono il ricordo di quei cittadini.

«Molti non sono mai tornati a casa»

Sono storie diverse per provenienza e appartenenza militare. Tra i 21 insigniti ci sono carabinieri, aviatori, uomini della fanteria e militari di diversi reparti.

«Un’Irpinia che ha dato un tributo molto grande alla guerra e poi alla convivenza civile», ha detto il prefetto, ricordando la varietà delle storie raccolte nella cerimonia. Ma anche una generazione che ha pagato un prezzo altissimo: «Molti di questi non sono mai tornati a casa».

Un tributo che la Medaglia d’Onore consegnata oggi alle famiglie vuole rendere finalmente visibile.

Il nonno del prefetto e quel ritorno impossibile da dimenticare

Nel corso del suo intervento, Franca Fico ha anche aperto una parentesi personale, raccontando la storia del proprio nonno.

Era un militare della Marina italiana e fu catturato nel porto del Pireo dopo l’8 settembre. Deportato in Germania, venne internato in un campo e destinato al lavoro in una fabbrica che produceva utensili per la casa.

Al ritorno, dopo la prigionia, era profondamente cambiato. Emaciato, irriconoscibile.

Tanto che in famiglia nessuno riuscì inizialmente a riconoscerlo. Nemmeno la madre del prefetto, allora bambina, che davanti a quell’uomo tornato dalla guerra e dalla prigionia ebbe paura e scappò.

Dal campo il nonno portò con sé alcuni degli utensili realizzati durante il lavoro coatto. Oggetti che il prefetto conserva ancora oggi e che rappresentano una testimonianza concreta di quella storia familiare.

Un ricordo privato che questa mattina è diventato memoria pubblica.

«I giovani devono conoscere queste storie»

Il prefetto ha quindi richiamato il dovere delle istituzioni di mantenere vivo il ricordo di quelle esperienze.

«È molto importante rimarcare l’importanza di queste vite che sono state anche umiliate nei campi», ha detto Fico, facendo riferimento anche alla propria esperienza familiare.

Il messaggio è soprattutto rivolto alle nuove generazioni: «I giovani devono venirne a conoscenza e devono capire l’importanza del sacrificio di queste vite per la libertà di cui oggi noi godiamo».

Poi, al termine del suo intervento, una frase breve, quasi un saluto personale a quell’uomo che non c’è più:

«Ciao, nonno».

E così, nel Salone degli Specchi della Prefettura, la cerimonia delle 21 Medaglie d’Onore è diventata anche il racconto di una provincia intera: quella degli uomini partiti per la guerra, catturati, deportati e costretti a lavorare nei lager, e delle famiglie che per decenni ne hanno custodito la memoria.

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