Il potere non dovrebbe mai trasformarsi in arroganza

Chi governa a tutti i livelli deve saper ascoltare, riconoscere gli errori e accettare che anche gli altri possano avere ragione.

20 settembre 2026 10:43
Il potere non dovrebbe mai trasformarsi in arroganza -
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La politica dovrebbe essere, prima di tutto, senso della misura.

Chi assume un incarico pubblico, chi riceve la responsabilità di rappresentare una comunità o semplicemente decide di impegnarsi nella vita politica dovrebbe sapere che quel ruolo non attribuisce una superiorità sugli altri. Non dà il diritto di pontificare, di considerare ogni propria decisione incontestabile o di liquidare ogni critica come un attacco personale.

È una questione di cultura istituzionale, ma anche di buon senso.

Negli ultimi anni è diventato sempre più frequente assistere a un atteggiamento nel quale la difesa delle proprie scelte sembra prevalere sulla disponibilità a discuterle. Si tende a difendere ciò che si è fatto perché lo si è fatto personalmente, piuttosto che valutare con obiettività se quella decisione sia stata davvero corretta.

Ma la politica non può funzionare secondo il principio che una cosa sia giusta semplicemente perché l'ha decisa chi occupa una determinata posizione.

Una decisione può essere sbagliata. Un provvedimento può essere discutibile. Un'iniziativa può non produrre i risultati sperati. E riconoscerlo non dovrebbe rappresentare una sconfitta.

Dovrebbe essere, al contrario, un segno di intelligenza e di responsabilità.

La capacità di dire «ho sbagliato» è una delle qualità più difficili da trovare nella vita pubblica. Eppure è proprio quella che distingue chi considera un incarico come un servizio da chi finisce per considerarlo come una consacrazione personale.

Chi amministra deve ascoltare anche chi non è d'accordo. Deve accettare il confronto e, soprattutto, deve essere disposto a cambiare posizione quando i fatti dimostrano che una scelta non era quella giusta.

Non c'è nulla di incoerente nel modificare una decisione dopo aver ascoltato argomentazioni migliori. Non c'è debolezza nell'accettare una critica fondata. Non c'è perdita di autorevolezza nell'ammettere un errore.

Al contrario, continuare a sostenere una posizione soltanto perché è la propria può diventare un problema molto più serio.

Il consenso ricevuto dagli elettori non è un assegno in bianco. Un incarico pubblico non è una licenza per sentirsi superiori. E uno scanno, per quanto importante possa essere, resta uno strumento attraverso il quale esercitare una responsabilità, non un piedistallo dal quale giudicare tutti gli altri.

La politica avrebbe bisogno di meno arroganza e di maggiore capacità di ascolto. Di meno personalizzazione dello scontro e di più attenzione ai problemi concreti. Di persone capaci di difendere le proprie idee, ma anche di riconoscere quando quelle idee devono essere corrette.

È una regola semplice, che dovrebbe valere per tutti e a maggior ragione per chi ricopre incarichi pubblici: non tutto ciò che facciamo è giusto soltanto perché lo abbiamo fatto noi.

Basta poco, qualche volta, per sentirsi già arrivati.

La politica, invece, dovrebbe ricordare a tutti che nessun incarico è eterno, nessuna posizione è incontestabile e nessuno può considerarsi depositario permanente della ragione.

Alla fine, ciò che resta non è lo scanno occupato, né il tono con cui si è parlato agli altri.

Restano le decisioni prese, i risultati ottenuti e, soprattutto, il modo in cui si è esercitata la responsabilità ricevuta.

Per questo l'umiltà non è una qualità secondaria per chi fa politica.

È una necessità.

Perché chi non è capace di riconoscere i propri errori rischia non soltanto di sbagliare, ma di continuare a sbagliare convinto di avere sempre ragione.

E questo, nella vita pubblica, può costare molto più di una semplice ammissione: «Ho sbagliato».

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