Valle Caudina, Sanità spietata: tagliate le terapie salvavita alla piccola Sophie
A Montesarchio una bimba di 11 anni, reduce da 55 giorni di rianimazione, resta senza riabilitazione respiratoria per carenza di personale.
Il 20 maggio scorso la piccola Sophie, una bambina di circa 11 anni affetta da una rarissima patologia priva di cura, è finalmente tornata a casa a Montesarchio in dimissione protetta, dopo un calvario di 55 giorni tra la terapia intensiva del Santobono di Napoli e la rianimazione del Bambin Gesù di Roma, dove ha lottato contro un'ennesima insufficienza respiratoria e uno shock settico. I medici della Capitale avevano prescritto come vitale e imprescindibile una specifica riabilitazione respiratoria giornaliera. Tuttavia, l'Asl di Benevento ha recepito il piano terapeutico solo sulla carta, poiché il centro convenzionato incaricato di erogare il servizio ha drasticamente ridotto le ore per mancanza di personale, spingendo la madre a rifiutare un compromesso al ribasso e lasciando, di fatto, la bambina senza l'assistenza respiratoria necessaria.
Questa è la cronaca di una vergogna burocratica che si consuma sulla pelle di una bambina indifesa, costretta a subire l'efficienza a singhiozzo della sanità campana. La madre di Sophie, anziché potersi dedicare interamente alla cura della figlia in un momento così delicato, si è ritrovata nell'assurda e umiliante posizione di dover elemosinare un diritto sacrosanto e vitale. Il taglio di due ore di terapia respiratoria, giustificato dal Centro Convenzionato di Montesarchio con una banale carenza di organico, rappresenta uno schiaffo violento alla dignità umana e al diritto alla salute garantito dalla Costituzione.
La reazione della famiglia è stata immediata e dettata dalla disperazione di chi non può accettare che la vita della propria figlia venga quantificata in base ai turni dei dipendenti di una struttura privata accreditata. Di fronte al taglio orario, la mamma ha rifiutato la parzializzazione del trattamento e ora Sophie sta ricevendo soltanto la fisioterapia motoria grazie all'intervento di un secondo centro. Restano però scoperti i fronti più critici, quello polmonare e quello della riabilitazione oro-facciale, lasciando la bambina esposta a rischi altissimi che potrebbero vanificare i titanici sforzi fatti dai medici del Bambin Gesù per strapparla alla morte.
Ci si chiede come sia possibile che una terapia considerata salvavita possa essere interrotta o ridotta per logiche aziendali e organizzative che non dovrebbero mai prevalere sulla salute pubblica. Se un centro convenzionato non ha il personale sufficiente per garantire i Lea, i Livelli Essenziali di Assistenza, ha il dovere morale e legale di assumere nuovi professionisti o l'Asl ha l'obbligo di reindirizzare immediatamente il paziente senza creare pericolosi vuoti assistenziali. La burocrazia non può e non deve trasformarsi in una condanna a morte per i soggetti più fragili della nostra società.
Questa drammatica vicenda sarà immediatamente sottoposta ai vertici regionali della Sanità campana, affinché si faccia luce sulle responsabilità di un sistema che sembra aver perso ogni briciolo di umanità. Non si tratta di una semplice disfunzione amministrativa, ma di un limite invalicabile che è stato ampiamente oltrepassato. Sophie e la sua famiglia meritano risposte immediate, ma soprattutto meritano che lo Stato e la Regione Campania garantiscano, senza scuse e senza ritardi, il diritto di respirare e di lottare contro una malattia che è già abbastanza crudele da sola.
Fact Check
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Verificato il: 24 giugno 2026