Roggero, tra rigore del diritto e scontro politico: il confine invalicabile della legge

Roggero condannato: tra il rigore della Cassazione sugli spari alle spalle e l'uso politico del trauma del gioielliere in carcere.

18 luglio 2026 07:28
Notizia verificata · Fonte: Redazione · Vedi fonti
Roggero, tra rigore del diritto e scontro politico: il confine invalicabile della legge -
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La definitività della condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per Mario Roggero e il suo successivo ingresso nel carcere di Bollate chiudono il capitolo giudiziario di uno dei casi di cronaca più divisivi degli ultimi anni. Ma se le sentenze mettono la parola fine alla verità processuale, non placano la polemica politica, che continua a utilizzare la vicenda sollevando interrogativi radicali sullo Stato di diritto e sui limiti dell'ordinamento.

Per comprendere la natura del dibattito in corso, è necessario scindere l'analisi su due piani distinti: l'evidenza dei fatti accertati in tribunale e la successiva interpretazione ideologica che ne è stata fatta.

La verità dei fatti: il confine tra difesa e punizione

L'impianto delle sentenze, confermato dalla Corte di Cassazione, si fonda su dati oggettivi e non suscettibili di interpretazione emotiva. I rilievi tecnici hanno stabilito che l'azione di fuoco compiuta dal gioielliere è avvenuta sulla pubblica via, in un momento in cui i tre rapinatori avevano già abbandonato il negozio e si trovavano in fase di fuga verso l'auto.

L'atto di fare fuoco alle spalle a soggetti che si stanno allontanando – e le cui armi si sono poi rivelate non offensive – fa decadere per l'ordinamento italiano qualsiasi presupposto di legittima difesa. La legge, infatti, tutela l'incolumità personale di fronte a un pericolo "attuale e imminente", ma non riconosce al privato cittadino la facoltà di inseguire il reo per recuperare i beni materiali o per esercitare una funzione punitiva. Colpire alle spalle chi fugge configura il reato di omicidio volontario con dolo d'impeto: una reazione che si colloca al di fuori del perimetro della legalità.

Da questa prospettiva, la magistratura ha applicato in modo rigoroso il codice penale vigente. Archiviare l'episodio sotto la voce di "legittima difesa" significherebbe, per i tecnici del diritto, accettare il principio della giustizia privata, scardinando il monopolio statale della forza pubblica e introducendo un precedente interpretativo in cui la proprietà privata assume un valore superiore alla vita umana, persino a quella di un criminale in fuga.

La strumentalizzazione politica e l'argomento del trauma

Sul fronte opposto, la reazione di una parte del mondo politico ha cercato di spostare il focus dalla dinamica oggettiva del reato allo stato psicologico dell'imputato. La tesi sostenuta dai difensori della "difesa sempre legittima" si basa sull'eccezionalità del contesto: un commerciante di 72 anni, già vittima in passato di una rapina estremamente violenta, che agisce in preda a un grave turbamento psichico causato dal terrore vissuto dai propri familiari pochi istanti prima.

In questa narrazione, l'inseguimento in strada non viene letto come una vendetta lucida, ma come il prolungamento emotivo di un trauma non ancora smaltito. La critica alla sentenza si trasforma così in uno strumento politico di area securitaria: la condanna viene definita "ingiusta" per intercettare l'esasperazione di una parte dell'opinione pubblica che percepisce lo Stato come debole verso la criminalità e punitivo verso le vittime.

Il nodo istituzionale della grazia

La richiesta di grazia presidenziale rappresenta l'ultimo terreno di scontro. La politica preme per una soluzione politica, ma l'istituto della grazia è per definizione un atto di clemenza individuale nelle mani esclusive del Capo dello Stato.

Nel valutare il caso, il Quirinale non potrà riscrivere i fatti né smentire l'evidenza giudiziaria di un duplice omicidio commesso alle spalle su persone in fuga. La concessione o il diniego del provvedimento si giocheranno sul delicato bilanciamento tra le ragioni umanitarie (l'età dell'imputato, l'assenza di pericolosità sociale futura, il contesto del trauma subìto) e il dovere istituzionale di non legittimare condotte che violano le regole fondamentali della convivenza civile e della legalità.

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

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Verificato il: 18 luglio 2026

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