Nube tossica, la paura resta nei campi e nelle coltivazioni della Valle Caudina
Ulivi, Falanghina, mela annurca, castagneti e ortaggi: anche dopo le analisi resterà una domanda, quanto è davvero sicura la terra?
Il vasto incendio che ha interessato un sito di stoccaggio di rifiuti nell’area industriale PIP di Airola apre un secondo fronte, meno immediato rispetto alla qualità dell’aria ma altrettanto delicato: quello della sicurezza delle campagne e delle produzioni agricole.
La questione non riguarda soltanto Airola. Se la nube ha attraversato diversi territori della Valle Caudina, il tema delle eventuali ricadute deve necessariamente essere affrontato su una scala più ampia, prendendo in considerazione anche le aree agricole potenzialmente interessate.
E in questo territorio ci sono vigneti e oliveti con produzioni prossime alla raccolta, ma anche frutteti, castagneti e coltivazioni orticole. Una parte importante dell’economia locale e dell’identità agroalimentare del Taburno.
Cosa può essere arrivato sui campi?
La combustione di rifiuti e materiali eterogenei può generare una miscela complessa di sostanze, tra particolato, composti organici e altri microinquinanti. Quali siano stati effettivamente prodotti dall’incendio, in quali concentrazioni e dove siano eventualmente ricaduti, è una questione che può essere chiarita soltanto attraverso analisi specifiche.
Ed è qui che entra in gioco il principio di precauzione.
Non significa affermare che uva, olive, ortaggi, mele o castagne siano contaminati. Non ci sono elementi per sostenerlo senza risultati analitici. Ma significa anche che non è possibile escludere a priori una possibile ricaduta sulle matrici agricole prima di avere acquisito dati sufficienti.
La valutazione, dunque, non può fermarsi all’aria.
Bisogna capire cosa è accaduto alla deposizione atmosferica, ai terreni, alla vegetazione e alle colture presenti nelle zone potenzialmente interessate.
La vendemmia e la raccolta delle olive
Il problema assume particolare rilevanza per la vite.
I grappoli sono esposti direttamente all’ambiente e, in alcune zone, la vendemmia si avvicina. La presenza di fuliggine o particolato sulla superficie dell’uva non significa automaticamente che il prodotto sia contaminato, ma rappresenta certamente un elemento che può rendere necessarie ulteriori verifiche.
Lo stesso discorso vale per gli uliveti.
Le olive saranno destinate alla molitura e quindi trasformate in olio. Anche in questo caso non basta osservare le drupe o il loro aspetto esterno. Se ci sono sostanze depositate sulla vegetazione o sui frutti, bisogna capire se e in quale misura possano avere conseguenze sulla materia prima e sul prodotto finale.
Possibile esposizione e contaminazione accertata, infatti, non sono la stessa cosa.
Non solo aria: bisogna guardare alla terra
È questo uno dei punti centrali della vicenda.
Il monitoraggio dell’aria rappresenta una componente essenziale, ma non esaurisce la valutazione dell'eventuale impatto sulla filiera agricola.
Bisogna mettere insieme più informazioni: la dinamica della dispersione atmosferica, la direzione e l'intensità dei venti, la durata dell'esposizione, la conformazione del territorio e le eventuali deposizioni al suolo.
Poi occorre sovrapporre questi dati alla mappa delle campagne.
Dove ci sono vigneti? Dove sono gli oliveti? Quali aree sono interessate da ortaggi? Dove si trovano i frutteti e i castagneti?
Solo incrociando queste informazioni sarà possibile individuare le zone sulle quali concentrare eventualmente i controlli.
E se le prime analisi fossero negative?
È probabilmente questo il principale interrogativo.
Quando arriveranno i risultati, saranno sufficienti a chiudere definitivamente la questione?
Un risultato rassicurante sarebbe certamente importante. Ma bisognerà sapere anche che cosa è stato analizzato, dove sono stati effettuati i campionamenti e quanto quelle analisi siano rappresentative dell'intero territorio.
Un singolo campione non può automaticamente rappresentare un'intera valle.
Ecco perché sarà fondamentale conoscere l'estensione della campagna di controlli: quanti campioni, quali terreni, quali colture, quali sostanze ricercate e con quale frequenza.
E soprattutto bisognerà capire se saranno analizzati anche vegetali e prodotti agricoli destinati al consumo.
Perché una cosa è certificare la qualità dell'aria in un determinato momento. Un'altra è poter dire che la filiera agricola non ha subito conseguenze.
La paura che può danneggiare anche chi è sano
C'è poi un aspetto economico che non può essere trascurato.
Gli agricoltori rischiano di trovarsi davanti a un problema nel problema. Anche nell'ipotesi in cui le analisi dovessero escludere contaminazioni, la semplice percezione di un rischio potrebbe influenzare i consumatori.
Chi comprerà una bottiglia di olio prodotto nella zona? Chi acquisterà una cassetta di uva? E una mela annurca? E gli ortaggi?
La sicurezza alimentare deve essere dimostrata, ma deve anche essere comunicata.
Per questo la trasparenza dei risultati sarà fondamentale. Servirà spiegare ai cittadini non soltanto se un parametro è dentro o fuori dai limiti, ma anche quali aree sono state controllate e con quale metodologia.
Perché il rischio, altrimenti, è duplice: da una parte un eventuale problema sanitario da individuare e gestire; dall'altra un danno economico provocato dalla perdita di fiducia nei confronti delle produzioni locali.
Quanto dureranno i controlli?
Un'altra domanda riguarda il tempo.
I controlli finiranno con i primi risultati oppure proseguiranno anche nei mesi successivi?
La risposta è particolarmente importante per le colture che saranno raccolte dopo l'incendio.
Vite, ulivi, castagneti, frutteti e ortaggi hanno cicli produttivi differenti. Anche per questo l'eventuale monitoraggio non può essere necessariamente pensato come una fotografia scattata una sola volta.
Sarà necessario valutare, sulla base delle indicazioni scientifiche e delle autorità competenti, se siano opportuni ulteriori campionamenti e quali matrici debbano essere interessate.
La Valle Caudina aspetta certezze
Il problema, quindi, supera i confini dell'emergenza.
La Valle Caudina non è soltanto il territorio sul quale è arrivata una nube di fumo. È anche una terra che produce e che nei prossimi mesi continuerà a portare sulle tavole olio, vino, frutta, castagne e ortaggi.
Per questo il rogo di Airola pone una domanda precisa: non soltanto dove sono arrivati i fumi, ma dove sono eventualmente ricaduti gli inquinanti e se hanno interessato la terra e ciò che la terra produce.
Prima di procedere con raccolta, conferimento, trasformazione o commercializzazione nelle aree potenzialmente interessate bisognerà naturalmente attenersi alle eventuali disposizioni delle autorità sanitarie e agli esiti dei controlli ufficiali.
Non spetta a una valutazione giornalistica stabilire se un vigneto o un oliveto sia sicuro. Questa è una decisione che deve poggiare su dati, campionamenti e valutazioni delle autorità competenti.
Ma il giornalismo può e deve porre le domande.
Quali terreni saranno controllati? Quali colture? Quali prodotti? Per quanto tempo? E chi certificherà che la produzione agricola della Valle Caudina è sicura?
Sono interrogativi che non significano creare allarmismo. Significano chiedere certezze.
Perché anche quando arriveranno i primi risultati, potrebbe non bastare sapere che un campione è nella norma.
Bisognerà sapere quanti campioni sono stati effettuati, dove, su cosa e se saranno sufficienti a rappresentare realmente il territorio interessato.
La nube prima o poi si disperde. Il dubbio sulla sicurezza della terra, invece, può rimanere molto più a lungo.