Morte in carcere ad Avellino a 36 anni: la famiglia di Ciro Pettirosso attende la verità
Diciotto mesi dopo il decesso nel carcere di Bellizzi Irpino, i genitori chiedono risposte su soccorsi, gestione del diabete e droga in cella.
Da oltre un anno e mezzo i genitori di Ciro Pettirosso attendono con angoscia risposte sulla tragica scomparsa del figlio, morto a soli 36 anni il 7 febbraio 2025 mentre era detenuto nel carcere di Bellizzi Irpino. L'autopsia ha stabilito che a stracciare la sua vita è stata una insufficienza cardio-respiratoria acuta e terminale, innescata da uno scompenso glico-metabolico acuto con ipoglicemia severa. Un quadro clinico devastante, rivelatosi purtroppo fatale per un soggetto affetto da diabete mellito di tipo 1 cronicamente scompensato. Si tratta di un esito drammatico che fa inevitabilmente presupporre gravissime mancanze e falle nella gestione quotidiana di una patologia così delicata all'interno della struttura penitenziaria.
Oggi la famiglia Pettirosso, a distanza di diciotto lunghi mesi da quella tragedia, si rivolge con fermezza e determinazione alla Procura di Avellino per chiedere di accertare senza sconti se a determinare il decesso di Ciro siano state specifiche criticità nell'erogazione e nell'organizzazione della terapia medica salvavita. Gli aghi indispensabili per le iniezioni di insulina, per esempio, non erano formalmente vietati all'interno dell'istituto di pena, ma secondo quanto denunciato dai familiari l'iter burocratico e logistico necessario per metterli a disposizione dei sanitari era particolarmente complesso e farraginoso, malgrado si trattasse di dispositivi medici assolutamente essenziali per la sopravvivenza quotidiana di un paziente diabetico di tipo 1.
Per i familiari del giovane è dunque fondamentale comprendere se tale procedura abbia concretamente garantito a Ciro la disponibilità immediata degli strumenti più appropriati per la somministrazione periodica dell'insulina e quali dispositivi venissero effettivamente ed ordinariamente impiegati dal personale sanitario in servizio. A rendere ancora più torbido il quadro si aggiunge poi la presenza di THC, il principale componente psicoattivo della cannabis, rilevata nel corpo di Ciro durante gli esami medico-legali. Questo rappresenta un ulteriore vertiginoso interrogativo per i familiari, assistiti dai legali Amedeo Di Pietro e Vittorio Guadalupi: qualora Ciro avesse assunto marijuana, come e attraverso quali canali la sostanza stupefacente è arrivata dentro la sua cella?
La vicenda è persino approdata tra i banchi del Parlamento attraverso un'interrogazione mirata, alla quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto nel giugno 2025 limitandosi a riferire che le cause esatte del decesso risultavano ancora in fase di accertamento. Una risposta che non basta ai genitori di Ciro, i quali continuano a chiedere a gran voce di sapere come sia morto davvero il loro figlio e soprattutto se sia stato fatto tutto il possibile per curarlo, monitorarlo e proteggerlo adeguatamente. Del resto, come sottolineano con forza i due avvocati della famiglia, se una persona muore quando è affidata alla custodia dello Stato, ogni dubbio deve essere chiarito fino in fondo.