L’eredità della colpa: quando l’odio social colpisce le madri
“Hai generato un pezzo di m…”. È bastato un commento, uno dei tanti apparsi sotto il profilo social di una madre, per riassumere l’abisso in cui sprofonda il dibattito pubblico ogni volta che la crona...
“Hai generato un pezzo di m…”. È bastato un commento, uno dei tanti apparsi sotto il profilo social di una madre, per riassumere l’abisso in cui sprofonda il dibattito pubblico ogni volta che la cronaca nera bussa alla porta. Il figlio è accusato di femminicidio, un crimine che lacera la coscienza collettiva, ma la sentenza del "tribunale del web" è già stata emessa, e la condanna è l’estensione della colpa a chi lo ha messo al mondo. In un’epoca in cui la complessità viene ridotta a un post, l’insulto ai familiari del carnefice è diventato un rito catartico. Chi scrive quella frase non sta solo esprimendo disprezzo; sta cercando di marcare una distanza netta tra sé e l’orrore. L’equazione è semplice, quasi rassicurante: “Se è un mostro, è perché è stato creato male”. Colpevolizzare la madre significa illudersi che il male sia sempre prevedibile, evitabile, circoscritto a una cattiva educazione. È una difesa psicologica che ci permette di dire: "A me non succederebbe mai".
L’articolo 27 della nostra Costituzione parla chiaro: la responsabilità penale è personale. Eppure, sui social vige un codice arcaico, quasi tribale, dove la colpa è del sangue, della stirpe, del grembo. La madre del presunto colpevole diventa il bersaglio perfetto: è un dolore esposto, è vulnerabile, e la sua sofferenza viene interpretata come una giusta punizione. Ma c'è un limite che stiamo superando con spaventosa frequenza. Il confine tra l’indignazione per un atto atroce — il femminicidio — e la violenza verbale contro chi non ha premuto il grilletto o stretto le mani intorno a un collo.
Il problema non è solo l’insulto in sé, ma la sua moltiplicazione. Mille persone che scrivono la stessa frase non creano un dibattito, creano un muro di odio che disumanizza sia chi lo riceve, sia chi lo scrive. In questa "giustizia sommaria", non c’è spazio per il dubbio, per il dolore di una famiglia distrutta dall'azione di un figlio, o per la comprensione di dinamiche che spesso sfuggono anche ai legami più stretti.
Il femminicidio è una piaga che richiede analisi profonde, cambiamenti culturali e giustizia rigorosa. Ma trasformare i social in un mattatoio per i familiari degli accusati non ridona dignità alla vittima, né previene il prossimo crimine.
Dire a una madre “hai generato un pezzo di m…” non è un atto di coraggio civile. È solo l’ennesima forma di violenza che si aggiunge al dolore, un rumore di fondo che impedisce di riflettere davvero sulle radici della violenza di genere. Se vogliamo combattere la cultura dell'odio, non possiamo farlo usando le stesse armi di chi vorremmo condannare.