Partite iva senza tutela

Lavoratori autonomi, il rischio povertà è più che doppio rispetto ai dipendenti.

Il 18,8% degli autonomi è a rischio povertà contro il 7,9% dei lavoratori dipendenti. Al Sud il divario si allarga: coinvolge il 31,6% delle partite Iva e il 15,1% dei salariati.

07 novembre 2026 07:35
Lavoratori autonomi, il rischio povertà è più che doppio rispetto ai dipendenti. -
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Lavorare in proprio non significa necessariamente guadagnare di più. Anzi, sempre più spesso, dietro la flessibilità e l'indipendenza delle partite Iva si nasconde una condizione di precarietà economica e di scarsa protezione sociale. A fotografare questa realtà sono i dati diffusi dall'Ufficio studi della CGIA, secondo cui nel 2025 il rischio povertà ha interessato il 18,8% dei lavoratori autonomi, contro il 7,9% dei dipendenti. Una percentuale più che doppia che evidenzia quanto il lavoro autonomo sia esposto alle difficoltà economiche.

Il quadro diventa ancora più preoccupante se si guarda alla distribuzione territoriale. Nel Mezzogiorno il rischio povertà raggiunge il 31,6% tra gli autonomi, mentre tra i lavoratori dipendenti si ferma al 15,1%. Numeri che confermano la maggiore fragilità del mercato del lavoro meridionale, dove alla discontinuità dei redditi si sommano minori opportunità occupazionali e un tessuto economico più debole.

Partite Iva, l'autonomia senza tutele

In Italia sono quasi 4 milioni i titolari di partita Iva che hanno presentato la dichiarazione dei redditi, secondo i dati del Ministero dell'Economia relativi al 2024. Una platea ampia e articolata, composta da artigiani, commercianti, professionisti e piccoli imprenditori, che spesso deve fare i conti con una protezione sociale decisamente inferiore rispetto a quella garantita ai dipendenti.

Malattia, ferie retribuite, permessi, Tfr e mensilità aggiuntive sono tutele che per molti autonomi restano un miraggio. Quando si interrompe l'attività, anche il reddito rischia di fermarsi. E nei momenti di difficoltà la situazione può diventare ancora più complicata: niente Cassa integrazione per fronteggiare una sospensione temporanea del lavoro e niente NASpI in caso di cessazione definitiva dell'attività.

L'unico strumento specifico per alcune categorie di autonomi è l'ISCRO, l'indennità straordinaria di continuità reddituale e operativa, che tuttavia ha requisiti di accesso e una platea limitata. Da qui la richiesta di un welfare più inclusivo, capace di riconoscere maggiori garanzie anche a chi lavora in proprio.

Flat tax, il regime forfettario compie dieci anni

Per sostenere almeno la componente economicamente più fragile del lavoro autonomo, nel 2015 il Governo Renzi introdusse il regime forfettario, caratterizzato da un'imposta sostitutiva del 15% sul reddito determinato attraverso coefficienti di redditività differenti a seconda dell'attività svolta. Per le nuove attività, in presenza dei requisiti previsti, l'aliquota scende al 5% per i primi cinque anni.

Dal 2016 il regime forfettario è diventato l'unico sistema agevolato di riferimento per le piccole partite Iva. Una misura pensata per semplificare gli adempimenti fiscali e alleggerire il carico tributario di professionisti e lavoratori autonomi con ricavi contenuti.

Oggi i contribuenti che hanno scelto questo regime sono quasi 2 milioni. Si tratta prevalentemente di lavoratori senza dipendenti e senza una struttura aziendale organizzata, spesso giovani e con redditi relativamente bassi. Secondo i dati della Corte dei Conti, il reddito medio annuo dichiarato si attesta intorno ai 17.180 euro al netto delle perdite.

A guidare la presenza dei forfettari sono soprattutto i servizi professionali. Una quota significativa opera nella sanità privata, tra psicologi, medici, fisioterapisti e altre professioni paramediche, che rappresentano il 10,3% del totale delle libere professioni. Seguono i comparti tecnico-edilizio, legale e della consulenza aziendale e manageriale.

Lombardia prima per numero di forfettari, Bolzano per reddito

La distribuzione geografica racconta un'altra Italia. Per numero di contribuenti, il primato spetta alla Lombardia, che conta circa 356.500 partite Iva in regime forfettario. Al secondo posto si colloca il Lazio, con oltre 231mila contribuenti, seguito dalla Campania, che supera quota 177mila.

La classifica cambia completamente quando si passa dai numeri ai redditi dichiarati. In questo caso il primato va alla Provincia autonoma di Bolzano, dove nel 2024 il reddito medio dei forfettari ha raggiunto i 20.450 euro. Seguono Trento, con 19.280 euro, e la Lombardia, con 19.260 euro.

All'estremo opposto si trova la Calabria, ultima in graduatoria con un reddito medio di appena 14.070 euro. La media nazionale si attesta intorno ai 17.190 euro. Un divario territoriale che conferma come anche all'interno del mondo delle partite Iva le condizioni economiche siano profondamente differenti.

La soglia a 100mila euro? Un beneficio per appena 41mila partite Iva

A riaccendere il dibattito sul lavoro autonomo è la previsione contenuta nel disegno di legge di Bilancio 2027, che punta ad aumentare da 85mila a 100mila euro la soglia di ricavi e compensi per accedere al regime forfettario. Oltre i 115mila euro scatterebbe invece l'uscita immediata dal regime agevolato. Per quanto riguarda l'Iva, resterebbero i limiti attuali: 85mila euro, con uscita in corso d'anno oltre i 100mila.

La proposta ha provocato forti critiche da parte dei sindacati e di alcune forze politiche di opposizione, che contestano il trattamento fiscale riservato agli autonomi rispetto ai dipendenti con redditi analoghi.

Ma secondo l'Ufficio studi della CGIA, al di là delle polemiche, la portata economica dell'intervento sarebbe piuttosto limitata. La relazione tecnica stima infatti un costo annuo di 260 milioni di euro, pari a circa l'1% del valore complessivo della manovra. I potenziali beneficiari sarebbero appena 41mila contribuenti.

Una platea ridotta se confrontata con gli attuali 1.996.469 forfettari: l'ampliamento interesserebbe infatti circa il 2% del totale. C'è poi un altro dato significativo: l'82% dei contribuenti in regime forfettario dichiara ricavi inferiori a 50mila euro. La nuova soglia, dunque, riguarderebbe una fascia relativamente ristretta di lavoratori.

La conclusione della CGIA è netta: l'innalzamento del tetto a 100mila euro rischia di avere un impatto marginale sulla stragrande maggioranza delle partite Iva. Molto rumore per una misura che, nei fatti, coinvolgerebbe una quota limitata di contribuenti.

Resta però il problema di fondo: quasi 4 milioni di autonomi continuano a lavorare in un sistema caratterizzato da redditi discontinui e protezioni insufficienti. E mentre il dibattito politico si concentra sulla soglia della flat tax, la vera emergenza rimane quella di garantire maggiore sicurezza economica e sociale a chi lavora senza le tutele del lavoro dipendente.

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