La Sonrisa chiude: scatta la rivolta dei mille per salvare la stagione

Dopo lo stop del Consiglio di Stato, dipendenti e indotto scendono in piazza: chiesto un rinvio della chiusura fino al 31 ottobre.

24 giugno 2026 15:06
La Sonrisa chiude: scatta la rivolta dei mille per salvare la stagione -
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Nella giornata di oggi, a Sant’Antonio Abate, oltre mille lavoratori del Grand Hotel La Sonrisa e dell’indotto legato all'hospitality hanno organizzato un drammatico sit-in di protesta contro le istituzioni locali e nazionali. La manifestazione nasce dalla pressante necessità di ottenere una proroga tecnica delle attività fino al prossimo 31 ottobre, una richiesta disperata giunta a pochissimi giorni di distanza dalla sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la revoca immediata delle licenze commerciali, mettendo di fatto i sigilli a una delle strutture ricettive più celebri e discusse del territorio campano.

L'impatto occupazionale di questa decisione ha scatenato un'autentica emergenza sociale che rischia di travolgere centinaia di famiglie della zona. I manifestanti, supportati dai rappresentanti sindacali, hanno spiegato chiaramente che l'obiettivo della mobilitazione non è quello di interferire con i percorsi della giustizia, ma di tutelare il futuro economico di una comunità che gravita da decenni attorno al castello della famiglia Polese. Permettere la prosecuzione delle attività fino al termine della stagione estiva consentirebbe non solo di salvare i contratti in essere, ma anche di onorare i contratti già stipulati con i clienti che da mesi hanno programmato e pagato i propri eventi celebrativi all'interno della struttura.

Sul fronte legale, la complessa vicenda giudiziaria affonda le sue radici in un presunto reato di lottizzazione abusiva contestato per interventi edilizi realizzati in un lunghissimo arco temporale compreso tra il 1978 e il 2011. Nonostante il reato urbanistico sia ormai caduto in prescrizione, i giudici hanno comunque confermato la misura della confisca dell'intero patrimonio immobiliare, un provvedimento che la difesa e la proprietà continuano a giudicare sproporzionato e penalizzante per soggetti terzi. I legali della famiglia Polese sottolineano inoltre l'anomalia di un contesto territoriale che per oltre trent'anni è stato del tutto privo di un piano regolatore generale, adottato dal Comune soltanto nel 2019, evidenziando una storica carenza di pianificazione organica da parte dell'ente pubblico.

La proprietà ha rotto il silenzio ribadendo la totale buona fede nell'operato imprenditoriale di questi quarant'anni, durante i quali l'hotel ha pagato regolarmente tasse e contributi potendo contare su permessi e licenze sanitarie rilasciate nel tempo dalle stesse autorità competenti. Mentre la battaglia legale si sposta ora sul palcoscenico internazionale con un primo vaglio di ammissibilità già presentato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la famiglia Polese si stringe attorno ai propri dipendenti, definendo la chiusura immediata come un dramma che colpisce padri e madri di famiglia prima ancora che l'azienda stessa. Per il territorio di Sant’Antonio Abate si preannuncia una stagione caldissima, sospesa tra il rigore delle sentenze e il collasso economico di un intero distretto turistico.

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