Il calcio piange Franco Baresi: addio al Kaiser, l'ultimo grande libero
Icona del Milan e del calcio mondiale, si è spento a 66 anni. Dallo scudetto della stella alla fiaccola di Milano Cortina, storia di un mito.
Il mondo del pallone si scopre all'improvviso più solo, privo della sua bussola più pura. La scomparsa di Franco Baresi, ad appena 66 anni, segna la fine di un'epoca irripetibile e lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chiunque ami questo sport. Per oltre due decenni, Baresi non è stato semplicemente un calciatore: è assurto a simbolo vivente di eleganza, leadership silenziosa e viscerale attaccamento alla maglia rossonera, indossata come una seconda pelle dall'esordio giovanissimo fino al giorno del ritiro, quando la sua maglia numero sei è entrata direttamente nell'eternità.
Cresciuto troppo in fretta per via di un destino che lo mise a dura prova già nell'adolescenza, quel ragazzo timido e sottile approdato a Milanello venne ribattezzato affettuosamente 'Piscinin'. Chi ebbe la vista lunga, come Gianni Rivera, capì subito di che pasta fosse fatto. Bastarono poche uscite per trasformare la timidezza in un'impenetrabile corazza e per mostrare al mondo una lettura del gioco senza eguali. Baresi non si limitava a difendere: con grazia gladiatoria anticipava gli avversari prima ancora che pensassero la giocata, recuperava la sfera e si ergeva a primo regista della squadra, proiettando il Milan e l'Italia in una dimensione tattica del tutto moderna.
La sua carriera è una cavalcata trionfale scolpita in trofei leggendari, tra Scudetti, Coppe dei Campioni e battaglie epiche. Eppure, a definire la statura dell'uomo e del campione sono stati soprattutto i momenti di sofferenza e fedeltà incrollabile. Baresi rimase al timone della nave rossonera persino nei giorni bui delle retrocessioni, conquistandosi una fascia da capitano a soli ventiduesimi anni e il rispetto reverenziale di compagni, avversari e maestri della panchina. Trasformatosi nell'immaginario collettivo in 'Kaiser Franz', il libero milanista ha sfiorato persino il Pallone d'Oro, dimostrando che la grandezza atletica e concettuale non ha bisogno di segnare gol per incantare le platee.
Con la Nazionale ha vissuto la gioia immensa del trionfo nell'82 e l'amarezza bruciante dei rigori a Pasadena nel '94, consegnando alla memoria collettiva l'immagine iconica di un guerriero capace di rientrare a tempo di record dopo un infortunio al menisco e di sciogliersi poi in lacrime umane e sincere. Quelle stesse lacrime che oggi rigano i volti dei tifosi di tutto il mondo. L'ultima apparizione pubblica, con la fiaccola olimpica tra le mani a San Siro al fianco dello storico rivale Beppe Bergomi durante la cerimonia di Milano Cortina, resta il suo commovente testamento spirituale: l'abbraccio finale di una Scala del Calcio che non smetterà mai di tributargli la sua più profonda gratitudine.