Eco Energy, dopo il rogo restano le domande: chi doveva controllare e mettere in sicurezza quei rifiuti?

Il sito era già stato sequestrato nel 2024. Ora bisogna ricostruire cosa è accaduto negli ultimi due anni e perché quella enorme quantità di rifiuti fosse ancora lì

02 settembre 2026 21:22
Eco Energy, dopo il rogo restano le domande: chi doveva controllare e mettere in sicurezza quei rifiuti? -
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L'incendio della Eco Energy di Airola apre un fronte che va ben oltre le cause del rogo, che saranno accertate dagli organi investigativi.

C'è infatti una questione che riguarda ciò che è accaduto prima che le fiamme avvolgessero l'impianto.

Come è stato possibile arrivare a una situazione nella quale, secondo le prime indicazioni, all'interno del sito si trovava una quantità di rifiuti nell'ordine di circa un milione di metri cubi?

La domanda è inevitabile anche perché quella struttura non era sconosciuta alle autorità.

Nel 2024 l'impianto era stato sottoposto a sequestro dopo controlli che avevano evidenziato diverse criticità nella gestione e nello stoccaggio dei rifiuti. Da allora sono trascorsi più di due anni.

Ed è proprio questo arco temporale che oggi merita di essere ricostruito.

Non è corretto affermare che Vigili del Fuoco, Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Locale, Ispettorato del Lavoro, Arpac o altri organismi competenti non abbiano effettuato controlli. Per sostenerlo sarebbero necessari atti e documenti.

Ma è legittimo chiedere di conoscere quali verifiche siano state eseguite, quali prescrizioni siano state impartite e quale sia stato il loro esito.

Soprattutto, bisogna capire cosa sia accaduto ai rifiuti presenti nell'impianto dopo il sequestro: quanti ne siano stati rimossi, quali interventi di messa in sicurezza siano stati effettuati e quale quantità fosse ancora presente al momento dell'incendio.

Un problema che non nasce con le fiamme

Un sequestro non fa scomparire i rifiuti.

Se all'interno di un'area sottoposta a provvedimento giudiziario rimane una quantità consistente di materiale, quel materiale continua a rappresentare una questione di gestione e sicurezza.

Ed è qui che diventa importante ricostruire ruoli e competenze.

Chi aveva la custodia dell'area? Quale percorso era stato previsto per la rimozione dei materiali? Quali interventi erano stati programmati? E soprattutto, perché a distanza di oltre due anni una quantità così importante di rifiuti risultava ancora presente?

Non si tratta di formulare accuse preventive. Al contrario, si tratta di mettere in fila fatti e responsabilità amministrative sulla base degli atti.

La questione dei rifiuti sotto sequestro

C'è poi un altro aspetto che merita chiarezza.

Se parte dei materiali presenti nell'impianto era sottoposta a sequestro, occorre capire quale procedura fosse prevista per la loro eventuale rimozione e messa in sicurezza.

Anche in questo caso sarebbe sbagliato semplificare sostenendo che l'autorità giudiziaria avrebbe automaticamente dovuto disporre lo smaltimento a carico dei titolari. La questione dipende dai singoli provvedimenti, dalla natura dei rifiuti e dal quadro amministrativo e giudiziario dell'impianto.

Ma proprio per questo gli atti dovrebbero raccontare cosa è stato deciso e cosa è stato concretamente realizzato.

E, soprattutto, chi doveva sostenere gli eventuali costi della rimozione.

Prima spegnere il fuoco, poi ricostruire

Oggi la priorità è un'altra.

I Vigili del Fuoco sono impegnati nella gestione dell'emergenza, mentre la Valle Caudina attende i risultati dei monitoraggi ambientali e cerca di capire quali possano essere le conseguenze dell'incendio sull'aria, sulle campagne e sulle produzioni agricole.

Ma una volta superata l'emergenza, sarà inevitabile tornare indietro.

Perché l'inchiesta dovrà certamente stabilire come siano partite le fiamme.

Ma sarà altrettanto importante capire come si sia arrivati a quel giorno con una quantità così imponente di rifiuti ancora presente nel sito.

Sono due questioni diverse, che non devono essere confuse.

La prima riguarda le cause dell'incendio e le eventuali responsabilità penali.

La seconda riguarda il funzionamento del sistema di controllo, custodia, gestione e messa in sicurezza dell'impianto negli anni precedenti al rogo.

E su questo punto la Valle Caudina ha diritto a una ricostruzione trasparente.

Non servono accuse lanciate senza prove e nemmeno processi sui giornali.

Servono atti, date, numeri e risposte ufficiali.

Perché spegnere le fiamme è la priorità di oggi.

Ma capire perché si sia arrivati a questo punto sarà la domanda alla quale, domani, bisognerà dare una risposta.

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