Conferenza Nazionale Scuola a Napoli del Partito Liberaldemocratico

Il Partito Liberaldemocratico presenta le proprie proposte per una riforma del sistema scolastico. Al centro del confronto reclutamento, formazione, valutazione e carriera degli insegnanti.

17 settembre 2026 08:37
Conferenza Nazionale Scuola a Napoli del Partito Liberaldemocratico -
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La scuola riapre, ma il dibattito su di essa resta fermo. Ecco perché il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, in un’ottica innovatrice e riformatrice, organizza una Conferenza Nazionale sulla Scuola che si terrà a Napoli il prossimo 3 ottobre, nella quale verranno illustrate le proposte per la riforma del settore, nella consapevolezza che quella della Scuola è la madre di tutte le riforme, coinvolgendo il sistema formativo dei giovani e il futuro economico del Paese.

Sulla Scuola e sulla Conferenza di Napoli, la dottoressa Antonella Marciano, del Dipartimento Nazionale Scuola del PLD, propone alcune riflessioni.

A settembre la campanella come sempre segna l’inizio di un nuovo anno scolastico. E, puntualmente, torna anche il consueto dibattito sulla scuola italiana. Ogni anno gli stessi cliché: i tre mesi di vacanza, l’assenza di climatizzatori nelle aule, il calendario scolastico e i ponti e il sempreverde «ai miei tempi…». Sono considerazioni legittime, alcune delle quali riguardano problemi reali. Ma in questo modo si sposta l’attenzione dalla questione centrale. Perché il vero problema della scuola italiana non è l’estate, ma come il sistema scolastico è costruito durante tutto il resto dell’anno.

Emergono qui alcune contraddizioni che non possono più essere ignorate.

  • Nord e Sud: La prima è quella, ormai strutturale, tra Nord e Sud. Da una parte ci sono territori nei quali mancano migliaia di docenti e le scuole faticano a coprire le cattedre; dall’altra, soprattutto nel Mezzogiorno, graduatorie affollate e un numero elevatissimo di aspiranti insegnanti costretti, per poter lavorare, a spostarsi per centinaia di chilometri, affrontando pendolarismo permanente e precarietà abitativa ed economica. Una contraddizione che racconta un sistema di reclutamento incapace di mettere in relazione competenze, territorio e fabbisogno reale delle scuole.

  • La formazione: C’è poi il tema della formazione. La specializzazione dovrebbe essere il cuore della professione docente. Invece il percorso di accesso alla scuola rischia troppo spesso di trasformarsi in una corsa a premi: più titoli, più certificazioni, più punteggio, più possibilità di lavorare, almeno fino alla prossima riforma.

Il PLD propone un cambio di paradigma: l’abilitazione all’insegnamento va acquisita già durante gli ultimi anni del percorso universitario evitando che, una volta conseguita la laurea, l’aspirante docente sia costretto a inseguire una serie infinita di corsi, certificazioni e titoli necessari ad aumentare il proprio punteggio. La formazione deve servire a diventare un buon insegnante, non a costruire una posizione migliore in graduatoria.

Perché la scuola non è un ammortizzatore sociale. Non può essere concepita come il luogo nel quale collocare chi cerca semplicemente un posto di lavoro. È un servizio pubblico essenziale e la qualità della sua offerta dipende prima di tutto dalla qualità e dalla preparazione di chi entra in classe.

È partendo da queste criticità che il Partito Liberaldemocratico propone di ripensare radicalmente il modello scolastico italiano. Una scelta ambiziosa, persino rischiosa sul piano elettorale, perché una vera riforma non può limitarsi a promettere qualcosa a ogni categoria: deve avere il coraggio di cambiare meccanismi consolidati.

  • Reclutamento: Il primo riguarda il reclutamento. Il PLD propone di superare i concorsi nazionali centralizzati e affidare alle singole scuole, nell’ambito della loro autonomia, una maggiore responsabilità nella scelta dei propri docenti. Il laureato già abilitato presenta direttamente la propria candidatura agli istituti nei quali risultano posti vacanti. La selezione è affidata a un comitato composto dal dirigente scolastico, da un tutor e da due docenti della disciplina, individuati attraverso un elenco territoriale. Non più, dunque, soltanto un concorso separato dalla vita concreta della scuola, ma una selezione che si misura con la realtà dell’istituto, con gli studenti e con la pratica quotidiana dell’insegnamento.

  • Valutazione e carriera: Il secondo pilastro riguarda valutazione e carriera. La proposta supera una progressione fondata solo sull’anzianità e introduce tre livelli di docenza — iniziale, ordinario ed esperto — con una progressione retributiva legata al merito e alla professionalità. È, in sostanza, un cambio di paradigma: dalla quantità alla qualità, dall’anzianità alla professionalità.

Naturalmente, una proposta di questo tipo pone interrogativi importanti. L’autonomia nel reclutamento richiede criteri trasparenti e rigorosi; la valutazione del merito deve garantire imparzialità; la progressione di carriera non può trasformarsi in una competizione permanente.

Sono questioni che vanno affrontate se si vuole costruire una riforma credibile. Ma proprio qui sta il senso di una proposta politica: non limitarsi a denunciare ciò che non funziona, ma avere il coraggio di cambiare ciò che non funziona più.

A settembre la campanella suona di nuovo. E probabilmente torneremo a discutere dei tre mesi di vacanza, dei termosifoni, dei condizionatori e dei ponti. Sono temi che possono riempire una conversazione. Ma se vogliamo davvero parlare di scuola, dobbiamo porci una domanda diversa: che cosa deve diventare un insegnante prima ancora di chiederci quanto debba durare il suo anno scolastico?

Perché la vera rivoluzione della scuola non passa dal calendario, ma dalle persone che ogni mattina entrano in classe. Ed è da qui che, il 3 ottobre a Napoli, vogliamo aprire il confronto.

Antonella Marciano Dipartimento Scuola PLD

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