Cervinara: se il rancore sociale uccide il senso di comunità
Il vero degrado non è l'asfalto rotto, ma l'odio tra cittadini. Viaggio nel malessere di un paese che ha smesso di essere una comunità.
Non sono le buche nelle strade a fare paura. Quelle si riparano con un po’ di bitume e una squadra di operai, prima o poi. A fare davvero paura a Cervinara è il bitume che sta coprendo i cuori: una cattiveria liquida, un risentimento che trasuda da ogni angolo, trasformando un paese che fu comunità in una gabbia di nervi tesi.
Il Fallimento della Politica
La diagnosi è chiara, anche se dolorosa: la politica locale si è chiusa nel suo castello. È diventata un’oligarchia del silenzio o, peggio, un circolo autoreferenziale dove il cittadino è visto come un disturbo o, al massimo, come un elettore da gestire ogni cinque anni.
Quando il palazzo smette di ascoltare, la piazza smette di sperare. E quando la speranza muore, nasce il mostro dell’invidia sociale. Se non esiste più una scala per salire insieme, l’unico istinto rimasto è quello di tirare giù chiunque provi a fare un gradino in più. È la sindrome del secchio di granchi: nessuno si salva, perché tutti impediscono agli altri di uscire.
Il Trionfo del Rancore
Stiamo assistendo a una mutazione preoccupante. Il vicino di casa non è più il primo alleato nelle difficoltà, ma il primo sospettato. La frustrazione per i servizi che mancano, per i giovani che scappano e per un futuro che sembra un vicolo cieco, non si trasforma in protesta civile, ma in ostilità gratuita.
Ci stiamo avvelenando da soli. Ci guardiamo con sospetto, pronti a giudicare, a isolare, a godere delle sventure altrui. È il risultato di anni di isolamento istituzionale:
"Hanno trasformato un paese vivo in un’arena di rancori." Chi ha governato – o ha finto di farlo – non ha solo lasciato che le infrastrutture marcissero; ha permesso che marcisse il legame invisibile che ci rendeva "paese".
L’Ultima Chiamata
Un paese senza coesione è un paese destinato all'estinzione, indipendentemente dal numero di abitanti. Se la solidarietà viene sostituita dal cinismo, Cervinara diventerà solo un dormitorio di anime sole e arrabbiate.
La politica ha il dovere di abbassare il ponte levatoio e tornare a parlare una lingua di verità e inclusione. Ma noi cittadini abbiamo il dovere di chiederci: vogliamo davvero che l'odio sia l'unica cosa che ci è rimasta in comune? O abbiamo ancora il coraggio di sentirci di nuovo parte di una stessa, martoriata, ma possibile comunità?
Il tempo delle scuse è finito. O ci salviamo insieme, o affogheremo uno alla volta nel nostro stesso rancore.