Cervinara, il grido di don Renato contro la malavita: "Il silenzio è colpevole quanto il fuoco di un fucile"
Durante la solenne celebrazione, il sacerdote rompe l'omertà e lancia un duro monito alla comunità e alle istituzioni dopo le violenze in piazza: "Isoliamo chi usa il sopruso per il potere".
Una ferita aperta, visibile non solo sui muri della piazza ma nel tessuto profondo di una comunità intera. La tradizionale processione del Corpus Domini in piazza Trescine davanti alla chiesa del Carmelo si è trasformata in un momento di fortissima tensione civile e spirituale. Il parroco don Renato Trapani, visibilmente commosso ma fermo nel tono, ha pronunciato un discorso durissimo dal sagrato, trasformando l'altare allestito all'aperto in un presidio di legalità e di denuncia contro i recenti episodi di violenza che hanno scosso il territorio comunale.
Davanti a una folla silenziosa di fedeli, istituzioni e forze dell'ordine, don Renato ha esordito legando l'offerta dei bambini all'altare al disperato bisogno di speranza. Ma il cuore del messaggio è emerso subito dopo, squarciando il velo dell'indifferenza:
«Mentre ti celebriamo e ti adoriamo in questo giorno di festa, non possiamo però far finta di niente e dimenticare troppo facilmente i fatti di violenza consumatisi proprio in questa piazza», ha scandito al microfono.
Il parallelismo tra il sacrificio evangelico e il dramma locale è stato immediato e privo di metafore felpate. Il sacerdote ha dipinto un Cristo che «è stato vittima della prepotenza, dell'ingiustizia, dell'omertà, di chi come Pilato si lavava le mani e di chi sceglieva Barabba», aggiungendo con fermezza che Gesù stesso è «morto innocente, vittima delle organizzazioni malavitose del tuo tempo».
La condanna dei "sepolcri imbiancati"
Le parole di don Renato Trapani non hanno risparmiato nessuno, richiamando la cittadinanza all'azione e all'opposizione attiva verso ogni forma di sopruso e corruzione. Nel suo discorso, l'invocazione alla divinità è divenuta un mandato sociale per l'intera cittadinanza:
Donaci la determinazione di combattere il male in ogni sua manifestazione, proprio come facesti quando cacciasti i venditori dal tempio, che si arricchivano alle spalle dei poveri; proprio come quando apostrofasti come "sepolcri imbiancati" coloro che cercavano il proprio tornaconto sfruttando la posizione di privilegio e l'autorità di cui erano rivestiti».
Il riferimento al territorio di Cervinara si è fatto stringente quando il parroco ha menzionato i segni fisici dei recenti scontri criminali. «Cervinara mostra ancora una volta una ferita visibile nelle mura di questa piazza e probabilmente è solo un caso se oggi non piangiamo qualche figlio o figlia della nostra comunità», ha avvertito don Renato, richiamando la cittadinanza al dovere della coesione per «saper fare fronte comune e isolare chi ancora crede nella violenza come strumento per affermare il proprio potere sul territorio».
L'appello contro l'omertà
Un monito finale, una scossa alle coscienze contro l'omertà, è giunto prima dell'interruzione della liturgia, definendo il silenzio complice come una vera e propria arma:
«Donaci, Maestro buono, la forza di gridare con fermezza la nostra indignazione. Un grido che sale da un coro formato dalla Chiesa, dalle istituzioni, dalle forze dell'ordine, da tutti i cittadini. Non permettere che scegliamo ancora una volta Barabba o che diventiamo come Pilato, perché il silenzio, in certi casi, non è meno colpevole del fuoco di un fucile».
L'appello a non "lavarsi le mani" rimarrà a lungo tra i presenti come una precisa assunzione di responsabilità per il futuro della città.