Caso Bartolozzi: quando lo Stato spara sulla Magistratura
Dallo scontro Meloni-opposizioni alle frasi shock della Bartolozzi: se il linguaggio dello Stato diventa quello del regolamento di conti.
C’è stato un tempo in cui le istituzioni parlavano per atti, decreti e, nei rari casi di esposizione pubblica, con un linguaggio misurato, quasi felpato. Un tempo in cui il "Gabinetto" di un Ministero era il luogo della massima cautela burocratica e giuridica. Quel tempo appare oggi come un reperto archeologico di fronte alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio.
Definire la magistratura come un insieme di "plotoni di esecuzione" non è solo una caduta di stile; è l’ennesimo segnale di un ecosistema politico dove il rispetto per l’architettura dello Stato è stato sacrificato sull’altare della propaganda e dell'emotività spicciola.
Quando la forma non è solo sostanza, ma dignità
Nella grammatica delle democrazie liberali, chi ricopre ruoli tecnici di vertice all’interno dei Ministeri agisce come cinghia di trasmissione tra la politica e l’amministrazione. Le parole della Bartolozzi, pronunciate con la veemenza di chi cerca il consenso televisivo piuttosto che la precisione giuridica, segnano un punto di non ritorno.
La personalizzazione del rancore: Invitare i cittadini che "hanno sofferto sulla propria pelle" a votare per "togliersi di mezzo la magistratura" trasforma una riforma costituzionale (un atto di altissimo valore civile) in una vendetta privata.
L’attacco frontale tra poteri: Se un alto funzionario del Ministero della Giustizia descrive i giudici come carnefici, viene meno il principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato.
Il fastidio di Palazzo Chigi: strategia o imbarazzo?
L’irritazione trapelata da Giorgia Meloni evidenzia un paradosso. Mentre la Premier cerca di blindare il referendum separando i destini del governo dalla riforma, la "fuga in avanti" della Bartolozzi sporca l’operazione simpatia. Il problema, tuttavia, è a monte: quando il dibattito pubblico viene costantemente alimentato da toni bellici, è inevitabile che anche i tecnici finiscano per indossare l’elmetto.
Il video della Premier sulla "sacrosanta riforma" e il successivo "fuoco amico" della Bartolozzi descrivono un panorama in cui il rispetto istituzionale è diventato un accessorio opzionale. Non si discute più nel merito della separazione delle carriere o del CSM, ma si evoca l’eliminazione di un avversario percepito come nemico del popolo.
Una deriva pericolosa
Le richieste di dimissioni sollevate dalle opposizioni (Pd e Avs) sono la naturale conseguenza di un cortocircuito: un Capo di Gabinetto non può essere, contemporaneamente, un agitatore di folle.
Se la politica rinuncia al linguaggio della mediazione e delle istituzioni per abbracciare quello dello scontro frontale, il rischio è che a uscirne "marchiato" non sia il singolo cittadino, ma la credibilità stessa dello Stato. Senza rispetto per le istituzioni, il referendum cessa di essere uno strumento democratico per diventare un regolamento di conti. E in un regolamento di conti, a perdere è sempre la qualità della nostra democrazia.