Camorra in Veneto: la Cassazione frena sul maxiprocesso di Eraclea
Una sentenza monumentale da oltre tremila pagine finisce sotto la lente della Suprema Corte, che rinvia la decisione storica a ottobre.
I giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione a Roma hanno deciso, nei giorni scorsi, di rinviare al prossimo sei ottobre il verdetto definitivo sulle infiltrazioni della camorra di Casal di Principe a Eraclea, in Veneto. La storica decisione giunge dopo la ciclopica sentenza di appello del 30 ottobre 2024 che, in ben 3287 pagine, aveva inasprito le condanne per l'organico criminale guidato dall'imprenditore Luciano Donadio. Davanti alla complessità strutturale del processo e alla mole dei ricorsi presentati dalle difese, la Suprema Corte ha scelto la via, eccezionale e rarissima, del rinvio d'ufficio per analizzare a fondo i nodi giuridici emersi.
A rendere particolarmente intricato il quadro e a spingere i giudici verso il rinvio autunnale è soprattutto la posizione della figura chiave dell'intera indagine, l'imprenditore edile Luciano Donadio, ritenuto il vertice indiscusso della compagine veneta. Su di lui pende una condanna pesantissima a ben 41 anni e 4 mesi di reclusione per un totale di 63 reati, poi formalmente ridotta a 30 anni per l'applicazione del principio moderatore delle pene. Il suo difensore, il cassazionista Dario Vannetiello del foro di Napoli, ha sferrato una controffensiva legale senza precedenti, depositando un ricorso articolato in ben ventisei motivi autonomi per smontare l'impianto accusatorio pezzo per pezzo, a partire dalla contestata natura mafiosa del gruppo operante sulla costa veneziana.
Al centro della strategia difensiva, che valorizza l'articolato lavoro svolto nei precedenti gradi di giudizio dall'avvocato Giovanni Gentili, vi è una dura denuncia circa la presunta violazione del diritto di difesa che si sarebbe consumata lungo l'arco del dibattimento. Gli avvocati puntano il dito contro la gestione dell'enorme mole di materiale probatorio accumulato dall'accusa, sostenendo che le modalità processuali abbiano penalizzato la facoltà degli imputati di tutelarsi adeguatamente in aula di fronte a contestazioni così gravi.
L'ultimo grande ostacolo normativo che la Cassazione dovrà sciogliere riguarda l'utilizzabilità di milioni di intercettazioni captate in oltre un decennio di indagini serrate, pilastro fondamentale su cui si regge l'intera inchiesta della Direzione distrettuale antimafia. La difesa di Donadio ha infatti sollevato una rilevante questione di illegittimità costituzionale della norma che disciplina i decreti di autorizzazione dei ascolti, un'eccezione tecnica che, se accolta, rischierebbe di invalidare i flussi di conversazioni registrate e di riscrivere totalmente i confini della giurisprudenza antimafia in Italia.
Fact Check
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Verificato il: 01 luglio 2026