Aglianico del Taburno, evolvere senza perdere l’identità

Dal vigneto alla cantina, dal profilo sensoriale ai nuovi consumi: produttori, enologi ed esperti tracciano la strada per rafforzare il valore del vino simbolo del Taburno

06 settembre 2026 19:11
Aglianico del Taburno, evolvere senza perdere l’identità -
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L’Aglianico del Taburno cambia, evolve e guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici. È questo il filo conduttore del convegno “Aglianico del Taburno: l’evoluzione di un’identità. Profili produttivi e sensoriali di una denominazione in trasformazione”, inserito nel programma di Vinestate 2026 e promosso dall’Associazione Aglianico del Taburno, ONAV Campania e Benevento, Sannio Consorzio Tutela Vini, Comitato Vinestate e Assoenologi Campania.

Un confronto che ha riunito istituzioni, produttori, enologi ed esperti della degustazione per analizzare il percorso della denominazione e le sfide future. Al centro una domanda: come evolvere senza perdere la riconoscibilità che rappresenta il cuore dell’identità dell’Aglianico del Taburno?

Prima dei lavori è stato ricordato Antonio Falluto, delle cantine “Cav. Mennato Falluto”, scomparso alcuni giorni fa e figura di riferimento della viticoltura torrecusana.

A introdurre e moderare il convegno Simone Feoli, delegato ONAV Benevento e coordinatore ONAV Campania, che ha sottolineato come evoluzione non significhi rinunciare alla propria storia.

«Una denominazione vitivinicola è un patrimonio vivo, che deve saper interpretare i cambiamenti mantenendo saldi i propri caratteri distintivi».

Il sindaco di Torrecuso, Angelino Iannella, ha ribadito il valore del vino per il territorio: «L’Aglianico del Taburno rappresenta molto più di una produzione vitivinicola: è una parte della nostra storia, della nostra economia e della nostra identità territoriale». Da qui l’appello a «fare squadra», valorizzando anche il ruolo degli enologi.

Sulla competenza enologica è intervenuto Roberto Di Meo, presidente di Assoenologi Campania. «L’enologo ha oggi una responsabilità importante: contribuire all’espressione più autentica del vitigno e del territorio, mettendo la tecnica al servizio dell’identità». Tra le prospettive più interessanti ha indicato anche la crescita dei rosati di Aglianico.

Dal passato è partito Angelo Pizzi, che ha ripercorso l’evoluzione della viticoltura sul Taburno, collegandola ai cambiamenti dei consumi.

«Negli anni sono cresciute le cantine e, dal 2020, qualcosa ha iniziato a cambiare. Sono cambiati i consumi. Le nuove generazioni bevono meno vino e spesso si degusta poco».

Per Pizzi serve soprattutto una strategia comune e una maggiore capacità di raccontare il vino, anche nelle manifestazioni e negli agriturismi.

Dalla vigna alla cantina, Ernesto Buono ha evidenziato il ruolo delle nuove tecnologie e la capacità dell’Aglianico di adattarsi al cambiamento climatico.

«La tecnologia è uno strumento: la vera sfida è utilizzarla per valorizzare ciò che l’Aglianico del Taburno ha già dentro di sé».

Tra le opportunità future, Buono ha indicato rosato e spumantizzazione, oltre alla valorizzazione sui mercati nazionali e internazionali e alla tradizione del Novello di Aglianico.

Particolare attenzione al profilo sensoriale con Matteo Bernabei, secondo cui il vino ha acquisito nel tempo maggiore equilibrio e complessità, senza però perdere la propria riconoscibilità.

«Evolvere significa anche riuscire a farsi riconoscere, oggi più di ieri, attraverso un’identità precisa». Bernabei ha inoltre sottolineato le potenzialità dei rosati del Taburno: «Io credo nell’Aglianico. Dobbiamo unirci come territorio».

A chiudere il confronto Carmine Fusco, vicepresidente dell’Associazione Aglianico del Taburno, che ha posto l’accento sulla necessità di fare sistema e investire sull’enoturismo.

«Il futuro dell’Aglianico del Taburno passa dalla capacità di fare sistema. Abbiamo un patrimonio straordinario, ma dobbiamo continuare a lavorare sulla consapevolezza del suo valore, sulla qualità e sulla riconoscibilità».

Fusco ha annunciato anche nuovi incontri sul territorio, con l’obiettivo di favorire il rapporto tra aziende e operatori e portare sempre più enoturisti nel Taburno.

Nel suo intervento non è mancato un riferimento alle ricariche nella ristorazione, con l’invito a trovare un maggiore equilibrio tra prezzo all’origine e prezzo finale per non allontanare il consumatore.

Dal convegno è emersa dunque una fotografia di una denominazione in trasformazione, ma fortemente legata alle proprie radici. Vigna, cantina, cambiamenti climatici, nuovi consumi, rosato, spumante ed enoturismo rappresentano le principali sfide di un percorso che punta a rafforzare il valore del vino simbolo del Taburno.

Al termine, le parole scelte dai relatori per descrivere l’Aglianico sono state diverse: eccellente, modernità, limpidezza aromatica, rosato, futuro, rosso, squadra vincente come il Sannio.

Una sola ambizione, però, le accomuna: dare all’Aglianico del Taburno il riconoscimento che merita.

Evolvere, senza smettere di essere se stesso.

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