Addio Fabio, angelo di soli 20 anni: ucciso mentre tornava dal lavoro
Il numero 7 della sua maglia diventa la data di un addio ingiusto. Ponticelli piange un figlio innocente, vittima di un’alba di sangue.
Il bianco della bara spicca come un grido muto nel cuore di Ponticelli, un contrasto violento con l’oscurità di un’alba che, il 7 aprile, ha deciso di non farsi giorno per Fabio Ascione. Nella chiesa di San Pietro e Paolo, l’aria è densa, quasi irrespirabile, carica di un dolore che non trova sfogo se non nelle lacrime di una comunità intera, accorsa per stringersi attorno a un ragazzo di soli vent’anni, colpevole solo di aver finito il suo turno di lavoro.
Sulla superficie lucida di quel legno chiaro poggiano i simboli di una vita spezzata a metà: la maglia blu del Bingo di Cercola, dove Fabio faticava con onestà, e quella bianca dell’A.S.D. Barone Calcio. Il numero 7, che un tempo era il segno di una corsa sul campo verde, è diventato per un crudele scherzo del destino il marchio indelebile del giorno del suo assassinio. È l'emblema di un'ingiustizia che toglie il fiato, la cronaca di un ragazzo normale travolto da una violenza cieca ed estranea, ucciso da un colpo al torace mentre tornava verso casa, verso i suoi sogni, verso la sua famiglia.
Fuori, le mura del quartiere urlano attraverso i manifesti di cordoglio, definendo questa tragedia come "incomprensibile". Le parole dell’associazione Antiracket risuonano come un monito severo: non è accettabile che la paura diventi la nostra nuova normalità. Ponticelli ha diritto alla vita, e quel silenzio che spesso avvolge queste terre oggi viene squarciato dal pianto e dall’impegno di chi non vuole più abbassare la testa.
All'interno, l’arcivescovo Domenico Battaglia ha dato voce a uno strazio che Napoli conosce fin troppo bene. Con il cuore pesante, ha ricordato come troppi giovani siano stati strappati alla vita da proiettili assassini, trasformando una città splendida in un campo di battaglia che nessuno vorrebbe vedere. "Ogni volta una storia interrotta, ogni volta un sogno infranto", ha sussurrato l'arcivescovo, dando finalmente un nome a quel dolore collettivo: Fabio.
Al termine delle sue parole, un applauso lungo e scrosciante ha rotto la sacralità della messa, un abbraccio collettivo che ha cercato di sollevare quella bara bianca verso un cielo che, oggi, sembrava troppo lontano. Fabio non è solo una vittima; è la ferita aperta di una città che urla il proprio bisogno di dignità, affinché nessun altro giovane debba mai più pagare con la vita il semplice desiderio di tornare a casa dopo il lavoro.