Tumore dell'ovaio, diagnosi in ritardo per una donna su tre: l'allarme delle associazioni
I dati della survey 'Insieme di insiemi': liste d'attesa e disparità regionali penalizzano le pazienti italiane, soprattutto le più giovani.
Oltre la metà delle donne colpite da tumore dell'ovaio in Italia deve affrontare attese superiori ai tre mesi prima di ottenere una diagnosi corretta, con il 30% dei casi che supera persino l'anno. È la fotografia emersa dall'indagine condotta a luglio 2026 su un campione di circa 300 tra pazienti ed ex pazienti nell'ambito della campagna "Insieme di insiemi", presentata online per accendere i riflettori sui nodi critici dell'assistenza ginecologica e oncologica nazionale.
L'analisi dei dati evidenzia quanto il fattore tempo sia determinante per l'efficacia delle cure, in una patologia che registra oltre 5.400 nuove diagnosi all'anno. I ritardi più marcati si riscontrano tra le donne under 40, fascia d'età in cui la mancanza di un sospetto clinico immediato rallenta sensibilmente l'avvio degli accertamenti. A fare la differenza è la qualità del primo contatto medico: una paziente su cinque giudica insufficiente la prima valutazione ricevuta, una criticità che si accentua in modo drammatico quando non ci si rivolge subito a un centro specializzato.
Un altro snodo fondamentale riguarda la valutazione del rischio eredo-familiare e l'orientamento verso strutture specializzate ad alto volume. Nelle realtà non di riferimento, quasi un terzo delle donne riferisce controlli genetici e anamnestici poco approfonditi, mentre la presa in carico in un centro dedicato riduce drasticamente i livelli di insoddisfazione e garantisce standard assistenziali decisamente superiori durante l'intero percorso terapeutico.
Oltre alle tempistiche d'accesso alle cure, l'indagine mette a nudo evidenti fratture territoriali ed generazionali nella gestione complessiva della malattia. Il sostegno psicologico, fondamentale per affrontare la patologia, raggiunge la maggioranza delle assistite al Nord ma scende a poco più di una su tre al Centro-Sud e nelle Isole, mentre oltre il 60% delle pazienti sotto i 45 anni denuncia di non aver ricevuto alcuna informazione sulla preservazione della fertilità prima dell'inizio delle terapie. Le associazioni chiedono quindi interventi urgenti per garantire un accesso equo alle innovazioni e ai centri ad alto volume.