Taglia i genitali al marito: "Voleva in casa anche la prima moglie"

La trentacinquenne arrestata rivela agli inquirenti il clima di sottomissione e il rifiuto di accettare la convivenza forzata con la prima moglie.

A cura di Redazione
02 maggio 2026 17:09
Taglia i genitali al marito: "Voleva in casa anche la prima moglie" -
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Durante il primo interrogatorio davanti agli inquirenti, la donna di 35 anni ha cercato di delineare i contorni di una convivenza diventata insostenibile, trasformando l'orrore del gesto in una disperata reazione a un destino già scritto. Secondo la sua versione, il trasferimento nella nuova e più ampia casa di Angri non rappresentava un miglioramento delle condizioni di vita, ma il preludio a una vera e propria segregazione emotiva. La donna ha descritto uno stato di profonda prostrazione psicologica, derivante dalla pretesa del partner di instaurare un regime di poligamia di fatto tra le mura domestiche.

Il racconto si sofferma sulla ferma opposizione della trentacinquenne all'arrivo della prima moglie del compagno, una decisione che le sarebbe stata comunicata come un obbligo indiscutibile e non come una possibilità di dialogo. La donna ha spiegato di essersi sentita tradita nei suoi diritti e nella sua dignità, percependo quel trasloco come la costruzione di una prigione dove il suo ruolo sarebbe stato marginalizzato. Il timore di perdere la propria autonomia e di essere costretta a una sudditanza quotidiana verso l'altra donna avrebbe generato il cortocircuito emotivo sfociato nell'aggressione.

L'indagata ha inoltre accennato a presunte pressioni psicologiche subite nelle settimane precedenti, sostenendo che l'uomo avrebbe utilizzato la forza della tradizione e della gerarchia familiare per piegare la sua resistenza. In questo contesto di isolamento, lontana dai propri affetti e confinata in una nuova realtà territoriale ancora estranea, la donna avrebbe maturato la convinzione che non vi fossero vie d'uscita legali o sociali percorribili. La decisione di narcotizzare il convivente sarebbe stata, nella sua ottica distorta, l'unico modo per riprendere il controllo su una vita che sentiva ormai espropriata.

Mentre la difesa punta sulla valutazione della capacità di intendere e di volere al momento del fatto, la Procura continua a contestare la premeditazione e la particolare crudeltà dell'atto. Le ragioni fornite dalla donna restano ora al vaglio dei magistrati, che dovranno stabilire se esistessero pregressi episodi di maltrattamenti mai denunciati prima di questa drammatica escalation. Nel frattempo, la comunità locale resta scossa da un evento che, al di là del fatto di sangue, solleva interrogativi complessi sui conflitti culturali e sulle dinamiche di potere all'interno delle relazioni affettive.

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