Sicurezza, Megna: «Servono progettazione, prevenzione e comunità vive»
Dopo l’ennesimo episodio di violenza, Giovanna Megna invita a superare la demagogia e a costruire una strategia condivisa per le città.
La sicurezza non può essere affrontata soltanto sull’onda dell’emergenza, tra rabbia sui social e dichiarazioni di circostanza. Servono una strategia di lungo periodo, una rete stabile tra istituzioni e territorio e interventi capaci di restituire vitalità agli spazi urbani. È questo il messaggio al centro della nota di Giovanna Megna, che interviene dopo l’ennesimo episodio di violenza ai danni di una giovane donna, alla quale rivolge l’augurio di una pronta ripresa.
«Sulla sicurezza dei nostri figli e delle nostre figlie non c’è spazio per la demagogia», sottolinea Megna, richiamando l’esperienza della formazione nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra dedicata agli amministratori locali, dal titolo Le città tranquille. Proposte per un’altra sicurezza urbana. Un’occasione nella quale ha particolarmente colpito l’intervento di Pietro Colapietro, segretario generale del SILP CGIL, che ha evidenziato i limiti delle politiche fondate esclusivamente sulla repressione, anche alla luce della scarsità di risorse a disposizione delle forze dell’ordine.
Il punto, secondo Megna, è superare la contrapposizione tra prevenzione e repressione e cominciare a parlare seriamente di progettazione. La sicurezza richiede interventi efficaci e tempestivi, ma anche politiche capaci di affrontare le cause del disagio e di prevenire il ripetersi degli episodi di violenza.
Immigrazione e disagio giovanile, oltre le semplificazioni
Nel dibattito pubblico, osserva Megna, la politica deve avere il coraggio di affrontare la complessità dei problemi senza inseguire il consenso a ogni costo. Le proposte di remigrazione e blocco dei flussi migratori, a suo giudizio, non rappresentano soluzioni praticabili. Allo stesso tempo, non si può ignorare la necessità di gestire la presenza sul territorio di giovani che spesso si ritrovano senza punti di riferimento o finiscono nel cosiddetto «welfare della criminalità».
«Nessun buonismo, semplicemente il dato di realtà», chiarisce la nota. Esistono criticità nella gestione dell’accoglienza, nei controlli e nei percorsi di integrazione. Ma anche le generalizzazioni possono aggravare il problema: etichettare interi gruppi di giovani sulla base della loro origine alimenta il senso di esclusione e di rifiuto, con il rischio di esasperare tensioni già presenti.
Allo stesso modo, la violenza giovanile non può essere ricondotta esclusivamente ai ragazzi stranieri o di seconda generazione. Numerosi episodi, anche recenti, coinvolgono giovani nati e cresciuti nelle nostre comunità. Per Megna, è dunque necessario evitare letture parziali e affrontare il fenomeno nella sua interezza, senza pregiudizi e senza sottovalutazioni.
La sicurezza passa anche dalla qualità degli spazi urbani
Un altro elemento centrale riguarda il rapporto tra vivibilità delle città e percezione della sicurezza. Non basta considerare il numero dei reati denunciati: sentirsi sicuri significa anche poter attraversare una piazza, frequentare un parco, partecipare a un’iniziativa culturale e tornare a casa senza paura.
«Dovremmo iniziare a fare benchmarking con le città che hanno già affrontato problemi legati a immigrazione, baby gang e disagio giovanile», propone Megna. Studiare le esperienze maturate altrove consentirebbe di individuare buone pratiche replicabili e costruire una strategia fondata su obiettivi chiari, risorse adeguate e verifiche periodiche.
Un percorso che non può procedere per compartimenti stagni. Istituzioni, associazioni, servizi territoriali e Terzo settore devono lavorare all’interno di una rete stabile, capace di intercettare le fragilità, intervenire tempestivamente e garantire continuità alle azioni intraprese.
Fondamentale, in questo quadro, è anche la qualità dei luoghi in cui si vive. Megna richiama l’attenzione sul progressivo svuotamento del centro cittadino: un deserto urbano nel quale vengono meno le occasioni di incontro, le attività e la presenza quotidiana delle persone. Ripopolare i quartieri significa restituire loro spazi di aggregazione, iniziative culturali, servizi e opportunità di socialità.
La riflessione richiama anche la teoria dei vetri rotti, che pone l’attenzione sul rapporto tra degrado visibile, abbandono e percezione di insicurezza. Una prospettiva che invita a considerare la cura degli spazi pubblici come parte integrante delle politiche urbane, insieme agli interventi sociali e al presidio del territorio.
Dall’emergenza a un progetto di città
La sfida, conclude Megna, è trasformare la sicurezza da tema emergenziale a progetto di città. Un progetto capace di riconoscere la complessità dei fenomeni, intervenire con fermezza quando necessario e, contemporaneamente, costruire luoghi di relazione e prendersi cura delle fragilità.
Perché una città più sicura non si costruisce soltanto attraverso il contrasto ai reati, ma anche creando le condizioni affinché le persone possano vivere gli spazi pubblici, incontrarsi e sentirsi parte di una comunità. È su questo equilibrio tra prevenzione, intervento e rigenerazione urbana che, secondo la nota di Giovanna Megna, occorre impostare una strategia concreta e duratura.