Se tre denunce da tre ex compagne ritirate e un ammonimento non bastano a evitare un Femminicidio
Un sistema che archivia i segnali d'allarme finisce per lasciare le donne sole davanti al proprio carnefice.
Tino Keber aveva già manifestato la propria indole violenta, collezionando querele da tre diverse ex compagne nel 2002, nel 2010 e nel 2021, tutte successivamente ritirate e archiviate. Nonostante l'emissione di un provvedimento di ammonimento da parte del Questore di Venezia lo scorso giugno, la catena di prevenzione si è spezzata drammaticamente a Camponogara, dove il quarantatreenne ha ucciso la trentanovenne Tania Terrin prima di togliersi la vita.
Le parole del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, mettono a nudo una realtà inaccettabile: quello che è accaduto è un vero e proprio fallimento delle istituzioni. Non è più tollerabile liquidare come semplici "liti familiari" i comportamenti recidivi di chi accumula denunce e provvedimenti formali. Quando una donna trova la forza di segnalare la violenza e nei confronti dell'aggressore scatta un ammonimento, quella misura non può rimanere una sterile carta burocratica, ma deve trasformarsi in una protezione reale e in valicabile.
Di fronte alla tragedia di Tania non ci si può limitare al cordoglio di circostanza. Il ritiro di una querela è spesso il sintomo della paura, della manipolazione o dell'isolamento in cui la vittima si trova immersa, non la prova della fine del pericolo. Ignorare la gravità di questi precedenti significa consegnare le vittime al loro destino. È indispensabile chiederci cosa non abbia funzionato nella catena dei controlli e intervenire con estrema determinazione: chi ha la responsabilità di valutare il rischio deve prendere sul serio ogni singolo segnale, prima che la burocrazia si trasformi nell'ennesima condanna a morte.