Sannio depredato: lo scandalo dell'Hotel Taburno, 3,6 milioni buttati al vento
Un milionario centro polifunzionale, ricostruito con fondi europei, è lasciato all'abbandono tra i silenzi della Regione e l'inerzia delle autorità.
Nel cuore del Parco regionale del Taburno-Camposauro, l'ex Hotel Taburno – struttura degli anni '50 ristrutturata nel 2018 con 3,6 milioni di euro di fondi europei e regionali – giace oggi in uno stato di totale abbandono e degrado. L'opera, completata dalla Comunità Montana ma rivendicata dalla Regione Campania che ne blocca la gestione, è diventata il simbolo di un'intollerabile stagione di sprechi nel territorio tra Montesarchio e Bonea. Questa incredibile vicenda rappresenta l'ennesimo schiaffo ai contribuenti, consumato nell'indifferenza delle istituzioni che assistono immobili al saccheggio e al decadimento di un bene pubblico dalle enormi potenzialità turistiche.
La parabola di questo ecomostro burocratico affonda le sue radici nei fasti degli anni Sessanta e Settanta, quando l'albergo in stile alpino era il fiore all'occhiello della recettività locale, prima di una chiusura prolungata che lo aveva ridotto a un rudere d'alta quota. Di fronte all'immobilismo del Demanio regionale, proprietario del cespite, la Comunità Montana del Taburno era riuscita nel 2010 a intercettare i finanziamenti europei del Fesr, camuffando la rinascita della struttura sotto la dicitura di "centro polifunzionale" per soddisfare i rigidi criteri di assegnazione sociale della Comunità Europea. Una toppa progettuale che ha permesso di spendere fiumi di denaro pubblico senza avere la minima idea di come mantenere attiva e produttiva la struttura una volta ultimata.
I lavori di totale ricostruzione, partiti nel 2015 tra passerelle politiche e cambi di poltrone ai vertici dell'ente montano, si sono conclusi tre anni dopo restituendo al territorio un gioiello dotato di camere con balcone, una minuscola piscina e ampi saloni per congressi. Ma quel cancello, costato milioni di euro alla collettività, non è mai stato aperto al pubblico a causa di un paradossale cortocircuito burocratico che ha visto la Regione Campania diffidare formalmente la stessa Comunità Montana dal gestire o presidiare l'immobile. Il risultato di questa assurda guerra di competenze è che Palazzo Santa Lucia ha blindato le chiavi nei propri cassetti a Napoli, dimenticandosi completamente di un patrimonio appena rimesso a nuovo.
Oggi il presunto centro polifunzionale è diventato terra di nessuno, un bizzarro parco giochi per vandali e sciacalli che accedono indisturbati dai sentieri naturalistici del Cai data la totale assenza di vigilanza e recinzioni efficaci. All'interno delle sale la devastazione è totale: i cavi elettrici e gli impianti idraulici sono stati divelti per estrarre il rame, i sanitari nuovi di zecca risultano distrutti, le pareti in cartongesso sono state sfondate e i controsoffitti cedono sotto il peso delle infiltrazioni d'acqua piovana. Una galleria degli orrori documentata persino dalle denunce ai carabinieri da parte degli amministratori locali, che gridano al pericolo per l'incolumità dei ragazzi che si introducono nella struttura.
L'aspetto più grottesco dell'intera vicenda è che questo scempio si consuma all'interno di un'area protetta che ambisce al prestigioso riconoscimento di Global Geopark dell'Unesco, macchiata proprio dall'ente regionale che quel parco avrebbe dovuto tutelarlo e valorizzarlo. L'ex albergo avrebbe potuto trasformarsi in un moderno centro di accoglienza e informazione per i turisti, creando occupazione e indotto per i giovani della Valle Caudina, ma la miopia politica ha preferito regalare alle splendide faggete del Taburno un cassonetto dell'immondizia di lusso. Nemmeno l'Ente Parco ha trovato il tempo o l'interesse di intervenire per chiedere conto di questo affronto paesaggistico ed economico.
Ciò che ferisce profondamente, oltre alla distruzione materiale del denaro pubblico, è il muro di gomma e l'assordante silenzio che avvolge questa vergogna senza che nessuna autorità inquirente riesca a fare definitiva luce sulle responsabilità politiche e gestionali. Le inchieste giudiziarie si arenano nei faldoni della burocrazia e gli esposti cadono nel vuoto, mentre i colpevoli di questo scempio continuano a occupare le loro comode poltrone senza rendere conto di questo fallimento. Resta l'amarezza per un'ennesima cattedrale nel deserto che crolla a pezzi sotto gli occhi dei cittadini, privati dei loro soldi e della dignità di un territorio depredato dall'indifferenza. E poi si parla di sviluppo turistico.
Fact Check
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Verificato il: 12 giugno 2026