Quando la divisa diventa solitudine: il coraggio di denunciare e il silenzio istituzionale

Dalla storia di Giovanna Sammito al dramma dei suicidi nelle forze dell'ordine: la necessità di tutelare chi ha scelto di servire lo Stato.

06 agosto 2026 11:16
Quando la divisa diventa solitudine: il coraggio di denunciare e il silenzio istituzionale -
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C’è un momento nella vita di chi sceglie una divisa in cui tutto sembra possibile. Si studia, si affrontano sacrifici, concorsi e rinunce, spinti dalla fiducia nello Stato, nella legalità e nel servizio ai cittadini, senza il desiderio di un potere sterile ma con l'aspirazione di lavorare serenamente, con dignità, rispetto e senso del dovere. Era questo il sogno di Giovanna Sammito, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio alla Casa Circondariale di Ragusa, prima che la sua vita cambiasse a causa di un apprezzamento non gradito sul suo aspetto fisico da parte di un collega ispettore. Al suo rifiuto, secondo quanto da lei denunciato, è seguito un lungo periodo di persecuzioni lavorative, in cui quel "no" ha comportato un prezzo altissimo fatto di turni assegnati in violazione dei regolamenti, umiliazioni, contestazioni disciplinari, valutazioni penalizzanti, ostacoli nell'esercizio dei diritti primari e un profondo isolamento.

Ma il dolore più grande, afferma la donna, non sarebbe stato quello provocato dal singolo collega, bensì quello derivante dal silenzio dell’istituzione.

Nel corso degli anni, Giovanna si è rivolta ai sindacati, ai superiori gerarchici, agli organismi per le pari opportunità, alla consigliera di fiducia, al Provveditorato e alla Direzione Generale del Personale, senza tuttavia trovare risposte concrete alle sue richieste di ascolto e verifica. Nemmeno la decisione favorevole del TAR, che ha riconosciuto l’illegittimità di una valutazione annuale a suo carico, ha potuto cancellare l'amarezza e la sfiducia accumulate nel tempo. La sua vicenda personale si intreccia così con le tante testimonianze raccolte dall’Osservatorio Suicidi in Divisa, racconti di uomini e donne delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate che descrivono situazioni di disagio, isolamento, presunte vessazioni, demansionamenti, note caratteristiche negative, mobbing e sofferenze psicologiche che sfociano in una scia tragica di suicidi tra appartenenti a ogni corpo e di ogni età.

Di fronte a queste vicende, Giovanna si definisce una sopravvissuta che continua a vivere pur sentendosi morta dentro, poiché si può continuare a respirare mentre si perdono gradualmente la serenità e la speranza. La sua storia solleva un interrogativo cruciale per tutte le istituzioni sul destino di chi denuncia e non si sente ascoltato, ricordando che dietro ogni uniforme c'è una persona — un genitore, un figlio, un coniuge — che desiderava solo svolgere il proprio lavoro con serenità. Se quel sogno si trasforma in paura o disperazione, la sconfitta colpisce l'intero Stato, la cui vera forza risiede nella capacità di proteggere i propri servitori anziché pretenderne soltanto la fedeltà.

Per fare in modo che la divisa resti un simbolo di onore e giustizia, emerge la storica questione di chi debba controllare i controllori. Quando chi segnala un abuso teme complicità o corporativismi interni, l'unica soluzione per garantire indagini imparziali risiede nell'adozione di strumenti realmente indipendenti. Diventa dunque fondamentale prevedere l'accesso a psicologi esterni alla catena gerarchica e l'istituzione di un organismo autonomo specializzato, dotato di competenze investigative e psicologiche per raccogliere e verificare le segnalazioni di mobbing e molestie. L'autorità è indispensabile, ma l'abuso di potere costituisce un tradimento della divisa, ed è doveroso che ogni sospetto di condotta gravemente lesiva o di istigazione al suicidio venga accertato con indagini rigorose e prive di condizionamenti. Ogni tragedia in divisa rappresenta una domanda rimasta senza risposta, e uno Stato forte non deve temere la verità: come un albero che non cade all'improvviso ma si spezza perché ne sono state lasciate marcire le radici, anche le persone si distruggono attraverso i piccoli silenzi, le continue umiliazioni e l'indifferenza che occorre fermare prima che il sogno di servire il Paese si trasformi in un lento morire dentro.

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