Orfani di femminicidio, oltre la metà ha meno di nove anni
L’indagine su 124 minori in sei regioni rivela una realtà drammatica: il 25% ha assistito direttamente all’omicidio della madre e l’83,1% aveva già vissuto episodi di violenza o eventi traumatici.
Più della metà aveva meno di nove anni quando la madre è stata uccisa, quasi uno su tre non aveva ancora compiuto sei anni. Nell’87,7% dei casi documentati, l’autore del delitto è un genitore. E per molti bambini la tragedia si è consumata tra le mura domestiche: il 25% ha assistito direttamente all’omicidio, mentre il 32% si trovava in casa al momento dei fatti, senza essere necessariamente testimone diretto.
È la fotografia degli orfani di femminicidio restituita dall’indagine del progetto Respiro – Rete di sostegno per percorsi di inclusione e resilienza con gli orfani speciali, presentata a Napoli durante l’incontro “Orfani di femminicidio: lo Stato che c’è. Cinque anni del progetto Respiro”.
La rilevazione ha coinvolto 124 orfani appartenenti a 78 nuclei familiari, presi in carico dal progetto in sei regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia. I dati evidenziano non soltanto l’impatto devastante della perdita della madre, ma anche le difficoltà che bambini e familiari affrontano nel percorso successivo al delitto.
Una violenza che spesso precede il femminicidio. Per l’83,1% dei minori coinvolti è documentata almeno una forma di violenza o un evento stressante precedente all’omicidio; nel 66,9% dei casi gli episodi registrati sono almeno due. Un quadro che sottolinea come, per molti bambini, il trauma non inizi con la morte della madre, ma si inserisca in una storia familiare già segnata dalla sofferenza.
Dopo la tragedia, quasi l’80% degli orfani viene accolto da familiari. Nel 64,9% dei casi si tratta di parenti del ramo materno, mentre in soli 18 casi l’accoglienza è garantita da familiari del ramo paterno. Una rete di sostegno fondamentale, che tuttavia ha bisogno di essere accompagnata da servizi adeguati e continuativi.
Restano però le difficoltà nell’accesso alle cure e ai benefici previsti dalla legge. Dei 110 orfani considerati per questo specifico dato, 53 non avevano ricevuto interventi clinici prima dell’ingresso nel progetto Respiro. Inoltre, nel 45,5% dei casi documentati non sono stati utilizzati i benefici previsti dal decreto legislativo 71/2020 a tutela degli orfani per crimini domestici.
Realizzato dalla cooperativa sociale Irene ’95, capofila di una rete nazionale e territoriale, il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. In cinque anni ha mobilitato oltre 100 operatori per individuare i minori, garantirne la protezione e accompagnarli, insieme alle persone che se ne prendono cura, nei percorsi di assistenza e inclusione.
«Spesso una legge e i suoi decreti attuativi non bastano se manca l’apporto competente e l’empatia delle persone che li rendono efficienti ed efficaci», sottolinea Fedele Salvatore, direttore di Respiro.
Un impegno che, secondo Federica Giannotta di Terre des Hommes Italia, sta contribuendo a cambiare concretamente la vita degli orfani di crimini domestici, attraverso interventi tempestivi, messa in sicurezza, sostegno e accesso ai servizi e ai benefici previsti dalla normativa.
L’indagine rilancia così il tema della tutela degli orfani di femminicidio, evidenziando la necessità di superare le risposte emergenziali e garantire un accompagnamento stabile nel tempo. Per questi bambini, segnati da una perdita spesso accompagnata da violenza e insicurezza, la protezione non può esaurirsi nei giorni immediatamente successivi al delitto: deve tradursi in un percorso concreto di cura, sostegno e ricostruzione del futuro.