«Non serva di partito, ma serva del mio paese»: Caterina Lengua e l’operazione verità sui costi della politica

Le parole hanno un peso, ma i numeri ancora di più. Il botta e risposta tra l’ex sindaco Filuccio Tangredi e la sindaca uscente Caterina Lengua ha smosso le acque della politica locale, sollevando un...

08 febbraio 2026 11:07
«Non serva di partito, ma serva del mio paese»: Caterina Lengua e l’operazione verità sui costi della politica -
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Le parole hanno un peso, ma i numeri ancora di più. Il botta e risposta tra l’ex sindaco Filuccio Tangredi e la sindaca uscente Caterina Lengua ha smosso le acque della politica locale, sollevando un polverone che va ben oltre la semplice polemica elettorale.

Il casus belli: l'accusa di "servilismo"

Tutto ha inizio con l'affondo di Tangredi, che ha accusato la sua ex sindaca di rispondere a logiche romane o provinciali piuttosto che cittadine: “Non abbiamo bisogno di servi di partito, ma di chi si spende per la propria comunità”.

La replica della Lengua è stata una rivendicazione di identità: «Non sono stata serva di partito ma, semmai, serva del mio paese». Una frase che sposta l'attenzione dal legame con i simboli di partito alla dedizione concreta verso i cittadini. Ma dietro questa affermazione c’è una realtà di fatti e cifre che merita di essere approfondita.

La politica a costo zero: il caso Lengua

Essere "servi del paese", per Caterina Lengua, sembra aver significato una scelta di campo ben precisa: il sacrificio economico personale. Durante le sue quattro legislature, Caterina Lengua ha infatti mantenuto una linea di condotta rigorosa, rinunciando sistematicamente a ogni gettone di presenza, sia per le sedute di consiglio che per quelle di commissione. Non solo: la rinuncia si è estesa anche ai rimborsi spese per spostamenti e missioni, gravando sulle proprie tasche per l'espletamento del mandato pubblico. Un atto di volontariato istituzionale che parla più di mille comizi.

Il contrasto e l’invito alla trasparenza

La riflessione diventa però inevitabile quando si guarda al resto del panorama politico. Se da una parte c’è chi rinuncia a tutto, dall'altra si rincorrono voci e dati su rimborsi che per altri esponenti avrebbero toccato la soglia dei 1.000 euro al mese.

Proprio partendo dal concetto di "servizio" richiamato in questo scontro dialettico, appare necessaria una operazione verità che coinvolga l'intera assise. La trasparenza non è un atto di sottomissione, ma il primo dovere verso i cittadini. In un momento in cui la fiducia nelle istituzioni è ai minimi termini, rendere pubblico il quadro completo di indennità, gettoni e rimborsi percepiti da ogni amministratore sarebbe il segnale più forte di rispetto per la comunità. Solo così si potrà distinguere, con i documenti alla mano, chi interpreta la politica come una missione e chi, legittimamente ma diversamente, come un impegno retribuito.

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