L’indifferenza che sgretola il territorio: se il degrado diventa abitudine
Tra muri crollati e strade dimenticate, il rischio maggiore non è il fango ma l'anestesia civica che blocca ogni protesta e futuro.
A settimane dal crollo del muro lungo l’asse attrezzato Paolisi-Pianodardine, la carreggiata resta ostruita da fango e detriti, simbolo di una crisi infrastrutturale che colpisce duramente il territorio irpino. Il mancato intervento di bonifica e il ricorso a semafori provvisori evidenziano una gestione dell’emergenza ormai cronica, dove la sicurezza dei cittadini viene sacrificata sull'altare dell'immobilismo burocratico. Questa situazione, specchio di una viabilità agonizzante che vede coinvolta anche la SP 3 di Roccabascerana, solleva interrogativi urgenti sulle responsabilità delle istituzioni e sul preoccupante silenzio di una comunità che sembra aver smarrito la capacità di indignarsi.
Ormai non ci facciamo nemmeno più caso. Usciamo di casa, schiviamo una buca che è lì da mesi, passiamo davanti a un muro crollato e recintato da transenne arrugginite, e tiriamo dritto. Al massimo sospiriamo. Siamo diventati spettatori passivi di un territorio che cade a pezzi sotto i nostri occhi, come se vivere nel degrado fosse diventato un destino inevitabile. Ma non lo è. L’ultimo simbolo di questo sfacelo è il muro crollato lungo l’asse attrezzato Paolisi-Pianodardine. Una frana di fango e cemento che si è riversata sulla carreggiata solo per un miracolo non ha travolto nessuno. Eppure, a settimane di distanza, quella massa di terra e detriti è ancora lì, immobile sulla corsia, senza che si sia vista l’ombra di una bonifica. La soluzione? I soliti semafori da cantiere che strozzano il traffico e allungano i tempi di una viabilità già agonizzante. È il solito copione che abbiamo già visto con la SP 3 tratto di Roccabascerana, parzialmente crollata da anni e mai ripristinata, o con manti stradali che ormai sono più simili a percorsi di guerra che a strade civili.
La cosa più spaventosa, però, non è il cemento che cede, ma il nostro silenzio. Abbiamo smesso di arrabbiarci. La passività collettiva di fronte a strade impercorribili non è pazienza, è un’anestesia civica. Sociologicamente parlando, siamo vittima dell’impotenza appresa: dopo anni di promesse a vuoto, ci siamo convinti che protestare sia inutile, e abbiamo rinunciato persino al riflesso primordiale dell’indignazione. Questa stanchezza è il miglior regalo per una politica immobile. Se nessuno bussa più alla porta delle istituzioni, l’urgenza di intervenire svanisce. Il piano perfetto di chi amministra non richiede grandi strategie: basta lasciare che il tempo trasformi lo scandalo in abitudine.
Se il cittadino non urla più, il politico può continuare a operare indisturbato, gestendo l'emergenza con una transenna e un semaforo, sapendo che nessuno chiederà più conto del domani. Finché accetteremo di rischiare l’auto o la vita su strade che cadono a pezzi come se fosse una normalità meteorologica, resteremo ostaggi del declino. La vera sfida non è solo sgomberare i detriti sulla Paolisi-Pianodardine o asfaltare la SP 3, ma ricostruire il coraggio di sentirsi offesi dall'incuria. Perché una comunità che non sa più indignarsi è una comunità che ha smesso di pretendere il diritto a un futuro dignitoso.