Femminicidi e responsabilità: basta scaricare sulle donne il peso di salvarsi
Quando le denunce non bastano più, emerge il fallimento di un sistema che non sa fermare gli uomini violenti prima dell'irreparabile.
Il dolore non chiede permesso, e la rabbia che travolge davanti a otto donne uccise in sei settimane — Luigia, Tania, Dafne, Daniela, Tania, Ornella, Joanna, Carmela — non ha bisogno di essere addolcita o giustificata. L’indignazione di fronte a questi femminicidi è la sola risposta sana e umana in un Paese che continua a trattare la violenza maschile contro le donne come una fatalità imprevedibile o una lite familiare finita male. Quando le storie si sommano con questa spietata regolarità, il velo delle scuse cade definitivamente: la violenza di genere è una piaga strutturale, culturale e profondamente radicata.
Il dramma dei femminicidi non è un'emergenza isolata, ma un fallimento sistemico che scarica sulle vittime la responsabilità di salvarsi da sole.
Per anni abbiamo ripetuto alle donne un unico mantra: parlate, denunciate, chiedete aiuto, non andate all'ultimo appuntamento. Abbiamo stilato infinite liste di comportamenti virtuosi, trasformando la prevenzione in una corsa ad ostacoli a carico di chi la violenza la subisce. Ma quando guardiamo da vicino le storie di Tania Terrin o di Joanna Rouissi, la narrazione della donna "che non si ribella" crolla miseramente. Tania aveva denunciato, l'aggressore era stato ammonito dal questore ed era già noto per querele precedenti di altre compagne; aveva persino diffuso la foto dell'uomo nel condominio per proteggersi. Joanna si era rivolta ai medici, aveva accompagnato il marito dallo psichiatra. La violenza era nota, documentata, visibile a tutti.
La verità è che il problema non è la reticenza delle donne nel denunciare, ma cosa accade un secondo dopo. Quando una donna parla, trova troppo spesso attorno a sé un muro di sorda indifferenza, una società assuefatta all'idea che l'aggressività all'interno di una coppia sia quasi "fisiologica" e un sistema incapace di valutare e contenere il rischio reale. Continuare a rispondere a questa carneficina solo con l'inasprimento delle pene a fatto compiuto significa arrivare sempre e comunque fuori tempo massimo: quando si punisce un femminicidio, una donna è già morta.
È ora di spostare radicalmente il focus. Non servono slogan, né la colpevolizzazione strisciante che chiede alle vittime perché non se ne siano andate prima. Serve una classe politica responsabile che smetta di demonizzare l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole e che smetta di considerare la cultura del consenso una provocazione ideologica. Serve costruire un'impalcatura sociale e istituzionale dotata di veri anticorpi, in grado di agire tempestivamente sui maltrattanti prima che la violenza diventi irreversibile. Perché finché non sapremo cosa dire e cosa fare di fronte agli uomini violenti, continueremo soltanto a contare i nomi di chi non c'è più.