Caso Caliendo: i periti di famiglia accusano l'ospedale di dolo

Relazioni medico-legali shock depositate a Napoli: la scelta di non usare il cuore artificiale sarebbe stata intenzionale e non colposa.

A cura di Redazione
08 giugno 2026 09:42
Caso Caliendo: i periti di famiglia accusano l'ospedale di dolo -
Condividi

Stamattina a Napoli, l'avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico Caliendo — il bimbo deceduto dopo un trapianto cardiaco fallito —, ha depositato due relazioni medico-legali nell'ambito dell'incidente probatorio disposto dal gip Mariano Sorrentino. I tre consulenti di parte (Luca Scognamiglio, Gianni D. Angelini e Maria D'Amico) sostengono una tesi clamorosa: mantenere il piccolo prolungatamente collegato all'Ecmo, senza valutare l'uso del Berlin Heart, configurerebbe una condotta dolosa e non colposa. L'obiettivo della difesa è fare piena luce sulle ultime settimane di vita del bambino, stroncato dalle complicanze di un primo intervento eseguito con un organo che sarebbe giunto congelato.

La tesi dei periti si concentra sulla netta e consapevole divergenza tra le due terapie di supporto vitale a disposizione della struttura sanitaria. I medici nominati dalla famiglia Caliendo evidenziano come non siano mai stati eseguiti gli esami clinici specifici che avrebbero consentito di stabilire, con assoluta certezza, se il cuore artificiale potesse essere impiantato o meno quando le condizioni del piccolo lo permettevano. Questo vuoto diagnostico, secondo la difesa, non rappresenta una semplice svista o una condotta negligente, bensì una precisa e reiterata scelta dei sanitari che ha privato il bambino di un'alternativa terapeutica fondamentale.

I consulenti tecnici spiegano nel dettaglio che la macchina per la circolazione extracorporea Ecmo ha limiti temporali ridottissimi e può garantire il sostentamento degli organi vitali solo per poche settimane prima di causare danni irreversibili. Al contrario, il dispositivo Berlin Heart avrebbe potuto stabilizzare il quadro clinico del piccolo Domenico per un periodo esteso fino a un anno, offrendo una reale finestra temporale di sicurezza.

Questa differenza temporale si è rivelata tragicamente decisiva se rapportata ai tempi medi della rete trapiantistica italiana, dove l'attesa per un organo compatibile si aggira solitamente intorno ai novanta giorni. Il piccolo Domenico è invece deceduto a distanza di poco meno di due mesi dal primo trapianto fallito, un lasso di tempo che il cuore artificiale avrebbe potuto coprire agevolmente, in attesa di un secondo organo idoneo.

Segui Informazione Sei